(Tα Ποιήματα θα τα διαβάσει ο Σωτήρης Παστάκας στη Διεθνή Συνάντηση Ποιητών στο Σεράγεβο, το Σάββατο 14 Οκτωβρίου 2006)

ODE AL CAMPARI

A Panos Gourgiotis

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Un limone rosso non è ancora

Unʼ arancia. Una fetta di limone resta

Una mezzaluna in un bicchiere di Campari.

Una luna che stilla goccia a goccia

La sua passione direttamente sulla mia lingua.

Una fetta rossa di limone rimane

Quando avremo bevuto dallo stesso bicchiere

La mezzaluna che ci compete

Come vecchi amanti, come angeli decaduti

E tu antica amata che più non celi

Il tuo volto tra le nubi

Nuove monete lʼhanno ormai esiliata

La sua moneta non ha copertura.

Di fronte non brinderemo con i

Nostri bicchieri tintinnandoli: mezzo Campari può

Diventare ancora una luna piena

Una luna rossa, come rosse divennero

Le mie bianche lenzuola nel buio

Quando mi ritrovai insieme a te senza che tu fossi lì

Una fetta di limone giallo

Divenuta rossa come unʼarancia

Giacché versò sangue il mio sperma

Non è casuale il seguito, che mi donasti

Piccola fanciulla amarognola

Come un cetrangolo.

Don Chisciotte con jet-langa Giorgio Drandakis

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Le gocce di pioggia

Sui vetri fumé della gip

Sʼingrandiscono dopo

Quattordici ore di volo.

La ghiaia bianca

Sullʼaltra ghiaia bianca

Distingue il suo candore.

Don Chisciotte con jet lang

Distingue meglio

Le gradazioni di questo colore,

Il verde che nasce

Sul verde antico dei convolvoli

Che hanno invaso la siepe,

Da anni vestito

Con gli abiti neri di Armani

Il solo colore che permette

Sono io. Ecco gli reggo

Un ombrello bianco-rosso,

In alto, con le mani sollevate,

Per coprire una resurrezione ventura,

Nei jeans scoloriti,

Che mi permette ancora di indossare

In tutte le sfumature

Del celeste e del blu

Della Cheroquee.

Un salmone selvatico tra asparagi miti

Vino nei calici a stelo

T-bone code di aragoste

Gentili servitori

E volgari padroni,

Signore shocking e arguzie,

Di nuovo subirà il mio padrone

Per la nuova crociata

Per la pulizia mondiale,

Per gli MME, dalla Cina alla Russia

A Washington, a Bruxelles

E in Giappone, lo stesso tipo

Di una gip presa a nolo, le stesse conversazioni,

Gli stessi volti,

Che cambiano nome.

Cammino sulla stessa ghiaia

E non vedo le stesse cose,

Mi manca il jet lang del mio cervello

Il ripetuto, continuo,

Chiuso o libero internet,

Il volo spirituale

Degli ideali e degli obiettivi.

Non distinguo i colori.

Non commisero. Non vedo lʼora

Di penetrare dalla porta posteriore,

Nella stanza di servizio

Per una tazza calda e due labbra

Che mi spingeranno il cazzo

In una gola profonda.

Il lago di Vuliagmeni

A Vassilis Jugkerman

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I miei occhi aperti su nostalgie orizzontali

Lascerò, Signore, quaranta-cinquanta

Centimetri sulla superficie del mare,

Saluterò per sempre la mia amata Castela

Nella sua candida assolutezza, Signore, e

La vaga sfilata dei suoni materiali

Che compongono i fiori caduti della buganville,

Mentre li disponi magicamente lʼuno a fianco dellʼaltro,

Per un solo istante: indennizzo della vita intatta

E subito dopo li spargi sul selciato:

Amori, amicizie, sogni di grandezza. Che cosa raccogliere per primo?

Come disporli? Estimatore della vita amara,

Con la pancia allʼinsù ascolto le dita

Preannunciare il silenzio che schiaccia

In questo istante, come una melodia, il mio cuore,

Battere il mio ipogastrio teso, gonfio

Quando sarò morto e mi aggirerò

Sul lago nella mia cara postura supina.

Vecchie donne laveranno in silenzio accanto a me, belle

Donne un minuto prima della loro estrema metamorfosi

In cigni. Le donne belle, sia detto tra noi, Signore,

Non dovrebbero invecchiare mai. Cigni fanciulle

Mi circonderanno di portico in portico e da sotterranee

Correnti mi seguiranno in quei celesti intensi

Neppure una delle amate si troverà là

Per chiudermi gli occhi e lʼala dʼargento del boing

Si specchierà di nuovo nel buio biancore dei miei occhi

Perché tu, Signore, lo ordinasti questa mattina

Sorte dei defunti è destarsi cadaveri.

Gioia allʼalba

A Laskaris Roussos

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Dissi, Signore, di scrollarmi via il gelo dalle spalle

E vidi scuotersi il buio e crollare la sera,

Colombi prendere il loro posto con il ventre

Bianco trasportare allʼalba ogni istante

Sempre più, attimo dopo attimo, crolla

Lʼimpero del Male, crolla la notte.

La notte depredò la mia giovinezza, saccheggiò i miei amori.

Aiutai la notte, io, un piccolo apprendista,

A smantellare a uno a uno gli assiti sotto i miei piedi,

Non rifiutai di darle anchʼio una mano, sicché

La mia catastrofe avesse un lavoro personale,

Una fatica che riempie di stelle il mio corpo.

Il fatto è che mi gettai a capofitto nel lavoro,

A scardinare lʼuno dopo lʼaltro i gradini dellʼerebo

Perché il Male non trovasse una scala

E salisse lʼimpalcatura, così che io, il guardiano,

Possa sedermi sul baratro infischiandomene

Per tremila anni di arroganza ed ebbrezze

Quattro i suoi occhi e quattro i giorni

Che devo viaggiare per riportarla indietro

Tra le mie braccia tetragone e alla vita

Riportare le mie cosce orfane

Volli cacciare via il gelo dalle mie spalle

Signore, e non che mi fuggisse il pavimento

Sotto i piedi sopra tremila

Anni di lascivia e di ebbrezza, sopra il fuoco

Più in alto del fumo si spalancavano sotto

I miei piedi amicizie e amori

Infinite, come noto, estati e gelide

Vaghe scuse e infruttuose opinioni.

Dissi di fermarmi allʼaltezza del brivido

Di diventare unʼombra sullʼabisso

E sotto lʼinfinito senza sapere

Quale dei due mi avrebbe inghiottito.

Così come sto sul pavimento

No so le misure umane,

Non posso sapere chi è il prossimo

Avversario mentore delle sorprese

Poeti sospesi o pasciuti borghesi

Si aggirano in eterno un palmo sopra lʼabisso

Mi provocano, mi chiamano folle

Non sanno che le mie spalle sono due gabbiani

Non sanno che quando scuoto via il gelo

Dalle mie spalle il cielo cade

Nel mare e diventa unʼonda, candido

Come ghiaccio, senza il peso delle stelle

E il gelido respiro del peccato – Albeggia, ormai,

Glorificatemi. Se non l’ho riportata indietro

In quattro anni, veneratemi:

Misi il piede nel vuoto e non caddi.

Nato a Larissa, in Tessaglia, nel 1954, Sotirios Pastakas ha studiato medicina in Italia, a Roma, dove ha trascorso alcuni degli anni piuʼ significativi per la sua formazione spirituale. Non saraʼ quindi fortuito se ogni tanto vedremo spuntare l’Italia nell’opera poetica di Pastakas. La sua dimestichezza con la lingua e con la letteratura italiana – soprattutto con le opere di Sereni, Penna e Saba,- che Pastakas ha tradotto in greco-, ha contribuito in maniera determinante alla messa a punto della sua poetica caratterizzata da uno stile originale e di grande eleganza formale. Inoltre va detto subito anche che in Grecia egli esercita la professione dello psichiatra.
Il suo esordio come poeta avviene nel 1986 con la silloge L’evento silenzioso, ripubblicata nel 2001. La seconda raccolta di Pastakas eʼ, L’esperienza del respiro (1990, 1999 e 2001). La terza Il compagno di distanze (1997 e 2002) e la quarta Lʼ isola di Chios (2002).
Inoltre collabora con varie riviste letterarie con saggi e traduzioni dallʼ italiano. Dal 1994 eʼ membro della Societaʼ degli Scrittori Greci (Greek Writers Society).
Gugno del 2001 ha rappresentato la Grecia a Verona in occasione della fondazione dellʼ Accademia Mondiale della Poesia (World Poetry Academy), sotto lʼ egida dellʼ UNESCO.
Per tutto il mese di Settembre 2001 eʼ stato ospite di Hawthorden Castle, international retreat for writers, vicino a Edimburgo in Scozia.
Dal 2002 ha creato il sito www.poiein.gr dove ospita anche poeti internazionali con ampio scambio di idee sul divenire della poesia contemporannea.
Testo in Greco

CAMPARI ODE
στον Πανο Γουργιωτη

Ένα κόκκινο λεμόνι δεν είναι ακόμη

Πορτοκάλι. Μια φέτα λεμόνι παραμένει

Μισοφέγγαρο μεσα σʼ ένα ποτήρι Καμπάρι.
Φεγγάρι που στάζει σταγώνα τη σταγώνα
Το πάθος του απευθείας στη γλώσσα μου.
Μια κόκκινη φέτα λεμόνι εναπομένει
Όταν θα έχουμε πιεί από το ίδιο ποτήρι
Το μισό φεγγάρι που μας αντιστοιχεί
Σαν παλιοί εραστές, σαν άγγελοι που ξέπεσαν
Κι εσύ αρχαία ερωμένη που δεν κρύβει πια
Το πρόσωπό της ανάμεσα στα σύννεφα
Νέα κέρματα την έχουν εκτοπίσει πλέον
Το νόμισμά της δεν έχει αντίκρυσμα.
Αντικριστά δεν θα τσουγκρίσουμε
Τα ποτήρια μας: το μισό Καμπάρι μπορεί
Ακόμη να γίνει κι ολόγεμο φεγγάρι
Φεγγάρι κόκκινο, όπως γίναν κόκκινα
Τα λευκά σεντόνια μου μες στο σκοτάδι
Όταν συνευρέθηκα μαζί σου χωρίς να είσαι εκεί
Μια φέτα από κίτρινο λεμόνι
Που έγινε κόκκινη σαν πορτοκάλι
Αφού έχυσε αίμα το σπέρμα μου
Τυχαίο δεν είναι το λοιπόν, που μου χάρισες
Κόρη μικρή πικρίζουσα
Ολόϊδια νερατζάκι.


Ο Δον Κιχώτης με τζετ-λανγκ
Στον Γιώργο Δρανδάκη


Οι σταγόνες της βροχής
Στα σκούρα φυμέ τζάμια του Τζιπ
Μεγεθύνονται μετά
Από δεκατέσσαρες ώρες πτήσης.
Το άσπρο χαλικάκι
Πάνω στα άλλα άσπρα χαλίκια
Ξεχωρίζει για τη λευκότητά του.
Ο Δον Κιχώτης με τζετ λανγκ
Διακρίνει καλλίτερα
Τις διαβαθμίσεις του αυτού χρώματος,
Το νέο πράσινο που γεννιέται
Πάνω στο παλιό πράσινο της περικοκλάδας
Που έχει κατακλύσει το φράχτη,
Ντυμένος χρόνια τώρα
Τα άψογα μαύρα κοστούμια Armani
Το μόνο χρώμα που επιτρέπει
Είμαι εγώ. Να του κρατώ
Μια ερυθρόλευκη ομπρέλα,
Ψηλά, με τα χέρια στην ανάταση,
Για να καλύψω μια επερχόμενη ανάσταση,
Μες από το ξεβαμμένο τζιν,
Που μου επιτρέπει ακόμη να φοράω
Σε όλες τις αποχρώσεις
Του θαλασσί και του μπλε
Έως το βαθύ μπλεε
Του Cheroquee.
Άγριος σολομός σε ήμερα σπαράγγια
Κρασί σε κολονάτα ποτήρια
T-bone με αστακοουρά
Ευγενικοί υπηρέτες
Και πρόστυχα αφεντικά,
Σόκιν κυρίες και χαριτολογήματα,
Εκ νέου θα υποστεί τʼ αφεντικό μου
Χάριν της νέας σταυροφορίας,
Της Παγκόσμιας κάθαρσης
Των ΜΜΕ, από την Κίνα στην Ρωσία
Στην Ουάσιγκτον , τις Βρυξέλλες
Και την Ιαπωνία, ίδιος τύπος
Ενοικιαζόμενου τζιπ, ίδιες κουβέντες,
Τα ίδια πρόσωπα
Που αλλάζουν ονόματα.
Περπατώ πάνω στα ίδια χαλίκια
Και δεν βλέπω τα ίδια,
Μου λείπει το τζετ λανγκ του μυαλού του
Το επαναλαμβανόμενο, το συνεχές,
Κλειστό ή ελεύθερο Ιντερνέτ,
Η πνευματική πτήση
Των ιδανικών και των στόχων.
Δεν διακρίνω τα χρώματα.
Δεν συμπάσχω. Δεν βλέπω την ώρα
Να εισβάλω από την πίσω πόρτα,
Στο δωμάτιο υπηρεσίας
Για μια ζεστή γαβάθα και δυο χείλη
Που θα μου σπρώξουν τον πούτσο
Σʼ ένα βαθύ λαρύγγι.

Η ΛΙΜΝΗ ΤΗΣ ΒΟΥΛΙΑΓΜΕΝΗΣ
στον Βασίλη Γιούγκερμαν
Τα μάτια μου ανοικτά σε οριζόντιες νοσταλγίες

Θα αφήσω Κύριε, σαράντα πέντε με πενήντα

Εκατοστά πάνω από την επιφάνεια της θάλασσας,

Την αγαπημένη μου Καστέλα μεςʼ στην λευκή της

Απολυτότητα θα αποχαιρετήσω, Κύριε, και

Την ακαθόριστη παρέλαση των υλοποιημένων ήχων

Που συνθέτουν τα πεσμένα άνθη της μπουκαμβιλιας,

Καθώς τα συντάσσεις μαγικά το ένα δίπλα στο άλλο,

Για μια μόνον στιγμή: συμψηφισμός της ακέριας ζωής

Κι αμέσως μετά τα σκορπίζεις στο πλακόστρωτο:

Αγάπες, φιλίες, όνειρα μεγαλείου. Τι να πρωτομαζεψω;

Πώς να τα συντάξω; Εκτιμητής της πικρής ζωής,

Με ανάστροφη την κοιλιά μου ακούω τα δάκτυλα

Να προαναγγέλλουν τη σιωπή που πλακώνει

Αυτή τη στιγμή σαν μελωδία την καρδιά μου,

Να χτυπούν το τεντωμένο και παραφουσκωμένο

Υπογάστριο όταν θα έχω πεθάνει και θα περιφέρομαι

Ανά την λίμνη στην προσφιλή μου θέση του ύπτιου.

Οι γριές κυρίες θα σιγοπλενε δίπλα μου, οι ωραίες

Γυναίκες ένα λεπτό πριν την ύστατη μεταμόρφωση τους

Σε κύκνους. Οι όμορφες, μεταξύ μας Κύριε,

Δεν θα έπρεπε να γηράσκουν ποτέ. Κύκνοι κορίτσια

Θα με περιστοιχίζουν από στοά σε στοά κι από τα υπόγεια

Ρεύματα θα με ακολουθούν σε εκείνα τα ανοικτά και θαλάσσια

Ούτε μια από τις αγαπημένες δεν θα βρίσκεται εκεί

Για να μου κλείσει τα μάτια κι η ασημένια φτερούγα του boing

Θα καθρεφτίζεται πάλι στο σκοτεινό ασπράδι των ματιών μου

Γιατί εσύ το πρόσταξες Κύριε, σήμερα το πρωί

Μοίρα των πεθαμένων είναι να ξυπνήσουν νεκροί.

ΧΑΡΑ ΤΟ ΧΑΡΑΜΑ

στον Λάσκαρη Ρούσσο

Είπα Κύριε, να τινάξω την ψύχρα από τις πλάτες μου
Κι είδα να σείεται το σκοτάδι και να γκρεμίζεται το βράδυ,
Περιστέρια να παίρνουν τη θέση τους με τη λευκή
Κοιλιά να μεταφέρουν το χάραμα κάθε στιγμή
Όλο και πιο πολύ από στιγμή σε στιγμή, γκρεμίζεται
Η παντοκατορία του Κακού, γκρεμίζεται η νύχτα.
Η νύχτα λεηλάτησε τα νιάτα μου, κούρσεψε τις αγάπες μου.
Βοήθησα τη νύχτα, μικρό καλφόπουλο κι εγώ,
Να ξυλώσουμε ένα-ένα τα σανίδια κάτω από τα πόδια μου,
Δεν αρνήθηκα να της δώσω κι εγώ ένα χεράκι, ώστε
Η καταστροφή μου να έχει και προσωπική εργασία,
Μόχθος που γέμιζε με άστρα το κορμί μου.
Είναι που έπεσα με τα μούτρα στη δουλειά,
Ένα προς ένα να γκρεμίσω τα σκαλιά του ερέβους
Να μην έβρει σκάλα το Κακό
Και σκαλωσιά να ανέβει, έτσι που φύλακας εγώ
Πάνω στο χάσμα κάθομαι αψιφώντας
Τρεις χιλιάδες χρόνια υπεροψίας και μέθης
Τέσσερα τα μάτια της και τέσσερεις οι μέρες
Που πρέπει να ταξιδέψω για να την φέρω πισω
Στην αγκαλιά μου την τετράγωνη και στη ζωή
Να επαναφέρω τα πεντάρφανα σκέλη μου
Το ψύχος από τους ώμους μου να αποβάλλω
Κύριε, θέλησα κι όχι να μου φύγει το πάτωμα
Κάτω από τα πόδια πάνω από τρεις χιλιάδες
Χρόνια λαγνείας και μέθης, πάνω από τη φωτιά
Πιο ψηλά από τον καπνό έχασκαν κάτω
Από τα πόδια μου φιλίες και έρωτες
Ατέλειωτα ως γνωστόν ψυχρά καλοκαίρια
Αδήλωτες συγγνώμες κι ατελέσφορες γνώμες.
Είπα να σταθώ στο ύψος του ρίγους
Μια σκιά να γίνω πάνω από την άβυσσο
Και κάτω από το άπειρο μην ξέροντας
Ποιό από τα δύο θα με καταβροχθίσει.
Έτσι που στέκομαι πάνω από το πάτωμα
Των ανθρώπινων μέτρων δεν ξέρω,
Δεν μπορώ να ξέρω ποιός θα είναι ο επόμενος
Αντίπαλλος μέντορας των εκπλήξεων
Μετεωριζόμενοι ποιητές ή βαρυφαγωμένοι αστοί
Στριφογυρίζουν αιώνια μια σπιθαμή πάνω από την άβυσσο
Με προκαλούν, με αποκαλούν τρελλό
Δεν ξέρουν πως δυο γλάροι είναι οι ώμοι μου
Δεν ξέρουν πως όταν τινάζω το ψύχος
Από τους ώμους μου ο ουρανός πέφτει
Στη θάλασσα και γίνεται κύμμα, λευκός
Σαν πάγος, χωρίς το βάρος των αστεριών
Και την ψυχρή ανάσα της αμαρτίας-Χάραξε πια,
Δοξάστε με. Αν δεν την έφερα πίσω
Μέσα σε τέσσερα χρόνια, λατρέψτε με:
Πάτησα πάνω στο κενό και δεν έπεσα.