Crescenzio Sangiglio, la Poesia Greca oggi-la generazione dell’ 80
20Ιου

Nellʼambito della cosiddetta generazione dell’80, cioè per convenzione quella costituita da autori nati negli anni ʼ50, dal più o meno 1955 ai primi anni del decennio 1960, che hanno iniziato la pubblicazione delle loro opere allʼincirca dal 1975 in poi, non mancano poeti di sicuro talento e di feconde prospettive, la cui posizione acquisita giustifica una particolare attenzione di analisi e di studio, costituendo essi per così dire la spina dorsale di una testimonianza letteraria che, per svariati, comunque imprescindibili motivi, non potrebbe certo essere ignorata.
Le trascorse “generazioni poetiche”, a cominciare da quella famosissima del ʼ30, irripetibile addirittura a livello mondiale con i suoi Seferis, Elitis, Ritsos, Vrettakos, Embirikos, Engonòpulos, ecc., e le successive che hanno avuto la sfortuna non solo di essere pesantemente trascinate, ma sopra tutto di trovarsi dilaniate negli ingranaggi dapprima di una durissima guerra mondiale e poi del più tragico conflitto civile nella moderna storia greca e degli interminabili, quasi trentennali, strascichi di irriducibile e non meno odiosa discriminazione politico-sociale che seguirono – le trascorse generazioni dunque non possono che trovarsi attualmente, e nella più che corretta logica, nella fase di definitivo assestamento nella generale cornice della letteratura neoellenica, avendone ormai gli autori finito in modo irreversibile il loro iter creativo o, in particolare, per quelle immediatamente anteriori al 1980, in sostanza esperito le ultime originali e concludenti elaborazioni espressive.
In tale ordine di idee quindi appare palese come, rispetto alla posizione organica di tutta la produzione che costituisce lʼeredità almeno delle due generazioni precedenti a quella dellʼʼ80, il compito precipuo della critica non sia e non possa ormai più essere quello di definirne un carattere, un indirizzo o un ceppo, tematiche sulle quali risulta essere stato ampiamente sinora dissertato, ma bensì quello di definitivizzare la loro sistemazione collocativa, ovviamente non più modificabile in melius o in peius, entro gli immutabili confini di esperienza poetica che gli compete.













