Anna Lombardo con Mario Geymonat e Sotirios Pastakas

da “Ventunesimo secolo”; sezione 1: Ho visto l’Arno

1)
Con il mare
davanti
e le spalle poggiate
alla montagna

prendo l’alfabeto
per quel bisogno di
aria e tonfi.

2)
Decolorare questo mio amore
mettere calcina
cloroformio ai miei versi
far tutto candido
vaporoso e incorporeo

inconsistente invisibile
per tema di sommosse e rigogolo di pancia
terrore di colorare albe
imbrattate di niente
ora

non è possibile.
Non è possibile!

3)
Ho visto l’Arno,
quest’anno
– insperato momento di dolce tregua –
scendere a valle calmo
nonostante le previsioni.

Tu mi eri accanto
– sperato momento di tregua dolce –
e tra gli archi, i paladini antichi
sentivo un volto nuovo
nascere al sorriso.

Ho visto l’Arno,
poi l’Oceano
sopraggiunse
ad allungare le domande.

4)
Strani e inqueti ulivi
lungo la strada per bitonto
sì neri costretti al suolo

i lunghi rami
non mirano più
nemmeno il cielo

e il cuore ha un sussulto
di penitenza
di penitenza.

5)
Questo suono scivola sulla pagina bianca
come fiocco di neve
sul volto bagnato della foglia
lascia impronta, un alone –
a mala pena ne intarsia le venature
sottili e forti –
se è secca le ravviva
se è viva le riluce.

Forse sulle labbra, il suono,
ha altro percorso:
a volte scoppio di fuoco
a volte sommesso venticello
che prende l’orecchio, il naso o le gote
talvolta scuote le mani e stringe
la gola seccandola.

Di quanto tempo si nutre il suono?
A quale tempo succhia linfa?
Chi lo ascolta?

da “Ventunesimo secolo”; sezione 2: Figli delle cose

1)
Le parole ti mangiano il cuore,
a rosicchiare provo
le tue vocali sguaiate
e le irate consonanti
le zete villane ingoio

ma il cuore non lo trovo.

Parole dʼodio
vero lʼhanno divorato/trangugiato?

2)
Temo
gli spazi persi
tra una sillaba e lʼaltra
e come li lasci lì
-anima di cicala-

a riempirsi
di sabbia.

da “Ventunesimo secolo”; sezione 3: Il tempo della semina

1)
Il tempo della semina,
già oltre la soglia
verso solchi vuoti spinge
il mio volto

vicini ingrati germogli
invocano deserto totale
e mi ostino a salivare
questa pietrosa sponda

e ogni ansa di vento
(mi) illude – impietosa –
del (nuovo) filo dʼerba
che impegni il foglio.

2)
Pecore nude al sole
corteggiano improbabili
ombre
di arbusti ormai assenti.

Dolomiti lucane
arpeggiano su questa terra
– poesia si fa dentro
ogni roccia ogni albero
ogni rivolo di sole –

Certo che ci sono
“scalmane” e “zirlii”*
da tenere nelle vene.

È dalle mani nostre
che goccioliamo
il peso dei sogni.

* termini usati dal poeta lucano Rocco Scotellaro
3)
Oggi che è mezzo cinquantaduesimo che attraverso
mi hai regalato lʼultima tua rosa
e lʼho sepolta là nel tuo bel giardino
serrando lentamente anche il cancello.

Davanti quel cartello chiama a visite guidate mattutine
e ben tu conoscevi che preferisco lʼimbrunire
quelle ombre inquiete che mi assalgono alle spalle
e tutto ridipingono dʼaltra cosa.

Perciò non posso più sostare e cerco case aperte al mare
quel mare che restituisce livellata
la nostra umana esperienza di ingabbiati.
Lʼora sʼè fatta di riprendere il cammino tra le mani.

Di poesia le nostre fionde pronte
da lucenti rami gemmati assaltiamo
lʼottusa ipocondria di questo mondo
che se ne va inoculato di niente

Se ti spaventa la visione sappi, ingordo, che non si
sprecan più rotonde rime che bardano la noia dʼallegria
irradiano la luce di chi può tenendo in ombra
gli stenti che vanno accumulandosi dʼattorno

Saranno aguzze e a ritmo di cuore attente
a mettere in moto menti, nervi e vene
quelle parole che non stanno solo adagiate
ma assediano orecchie indifferenti

che annaspano tra suoni già stridenti.
Vieni a preparare questi giorni
sciogli i tuoi capelli e annusa il vento
tutti si armano e noi potenti di poesia

ritmiamo i campi la terra ha già sussultato
e esige orme più pesanti.
“Venite e appendete le armi ai chiodi delle rime” *

*verso da “Il poema blindato”del poeta albanese Ismail Kadarè.

4)
Didone ad una Kamikaze

Voglio venirti in sogno ogni notte
sciogliere lacrime tue inconcludenti

Sono sorella a te lontana
ma ora ascolta la speranza

Quando il vento venne a parlarmi
delle grandi sventure che egli aveva

dietro e innanzi – io che tutte le conobbi
– fiduciosa e solidale offrii la mia gente

Potei salvarlo dalle acque, certo,
ma il fato stava stretto dentro lʼantro

e lui, più che al sole e alle gioie nostre,
a quello sʼinfiammò mestamente!

Più neanche il sogno della grande
mia Cartagine bastò al cuore gonfio

Salii quella pira
come fosse là il luogo dellʼincontro

credendo che da lontano il fumo
lʼavrebbe richiamato

Inutili, sorella, gli sforzi miei
ed ora da questo lato vedo

sbiadir le ardenti fiamme
son qui per avvisarti :

non bruciare gli anni tuoi
che sono preziosi e gli unici che avrai

Ascolta, ascolta questo pianto
e dimmi: quanto valse la mia pena?

Io te lo dico segnando il giusto passo
a nulla vale quando lʼamato lʼanima sua non presta

Ecco, ti vedo intenta
a preparar con cura ogni tua mossa

ad allacciare quei mortaretti stretti
– eh sì, lo scoppio sarà grande

la paura e lo sgomento anche
ma a te piccole briciole resteranno

a guardare con raccapriccio
le alte stelle

Io che salii la pira lo giuro forte
a nulla valse la mia morte

e il desiderio di amene passeggiate
sguardi obliqui al nostro mare

sonore risa di sorelle, avide mani sulla
creta pesa ancora a me come macigno

Non più tempo è ora di sacrificio
– la terra lo ripudia, mia compagna! –

lascialo agli stolti ignari
di quanto può essere dirompente

la vita tua tutta proseguire
il fiume tutto quanto risalire

con la certezza non solo speranza
di aliti tuoi a riempire questʼaria

che già dʼattorno si va profumando
di salite e dolci rose da inseguire

Io non ti dico proprio ciò che devi fare
ma spegni il fuoco che non ti appartiene

e vesti il corpo sole con la luna
restituendoti, o mortale,

i sogni impetuosi dei bambini
e vela poi le tue forti navi

che lʼocchio stanco è di strabuzzare
con stinte sottovesti lungo il mare

parti spegnendo ogni pira
che il fumo potrebbe provocare

Loro di me trassero rime
cullarono per troppo la mia pena

– a te confesso senza vergogna
che lesta fu ad abbandonarmi

e come scintilla a terra cadde spenta –
Ma tu prendi la mia più bella parte

guarda le tue mani e dissotterra
quellʼalba che per troppo fu tramonto

e corri fuori , dillo a tutti:
Didone per sempre vi abbandona

e maledice quella stirpe
che il fuoco ama più del suo calore

e che potendo adesso di certo quella pira
giammai più le infiammerebbe il cuore!