Il pozzo

di Paul Polasnky

Mi presero al mercato

dove la mia gente una volta vendeva abiti,

dove gli albanesi ora fanno contrabbando.

Quattro uomini mi gettarono nel sedile di dietro

di una Lada blu, gridando “Ve lo abbiamo detto,

niente più zingari a Pristina.”

Mentre mi spingevano sul pavimento,

sentii la canna di una pistola nel mio orecchio sinistro. Era così fredda

che sobbalzai proprio mentre qualcuno premeva il grilletto.

Il sangue mi schizzò sulla faccia

dalla ferita sulla spalla.

Caddi giù, fingendo di essere morto.

Pregai la mia amata e defunta madre,

tutti gli spiriti, che quegli uomini non si accorgessero

da dove fuoriusciva il sangue.

Quando arrivammo, mi tirarono fuori

per i piedi. La testa sbatté per terra

rimbalzando su alcune pietre.

Mi gettarono a testa in giù in un pozzo.

Non toccai l’acqua.

C’erano troppi corpi.

Rimasi rannicchiato, quasi incosciente

fino a che l’odore della calce umida

mi fece riprendere i sensi.

Trattenni il fiato finché sentii

la macchina ripartire, poi mi sentii soffocare

dal fetore che mi circondava.

Con una sola mano, mi tirai su

arrampicandomi su gambe rigide

che mi fecero da scala.

La mia faccia, le mani, il mio intero corpo

bruciava per la calce. Usai dell’erba

per pulire quello che potevo,

poi camminai barcollando lungo una strada sporca

verso una lunga fila

di luci che si muovevano lentamente.

Venti minuti più tardi ero sull’autostrada

guardando i camion e le jeep color oliva,

che mi passavano accanto come se fossi un palo del telefono.

Alla fine crollai davanti a due fari.

Non so dire se l’ultimo suono che sentii

fu uno stridio o un grido.

Il giorno dopo in un ospedale militare

NATO fui interrogato per qualche minuto.

L’interprete albanese fece ridere i soldati.

A mezzogiorno stavo camminando

attraverso i boschi seguendo un sentiero per carri

che nessuno usava più,

tranne gli zingari

che fuggivano da un paese

in cui avevano vissuto

per quasi

settecento anni.

(Traduzione di Raffaella Marzano)

Paul Polansky è nato a Mason City, Iowa, la sua decisione di frequentare il college alla Madrid University, diventò l’inizio di una lunga odissea attraverso l’Europa, che lo ha portato a diventare uno degli scrittori più impegnati nella lotta per i diritti umani nell’Europa dell’est. Poeta, fotografo, operatore culturale e sociale, è diventato negli anni un personaggio importantissimo per il suo impegno a favore delle popolazioni Rom. Le sue raccolte di poesie Living Through It Twice, The River Killed My Brother, e Not a refugee descrivono le atrocità commesse da cechi, slovacchi, albanesi ed altri contro quelle popolazioni. Ha anche svolto studi accurati sui campi di concentramento nazisti nei quali venivano trucidate, insieme a quelle ebraiche, intere comunità Rom. Nel 2005 ha pubblicato la sua ultima opera Sarah’s People. Attualmente dirige alcuni progetti di aiuto e salvaguardia di queste popolazioni nel Kosovo. E’ stato ospite di Casa della poesia a “Sidaja 2002” e “Il cammino delle comete” nel 2003.