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Nellʼambito della cosiddetta generazione dell’80, cioè per convenzione quella costituita da autori nati negli anni ʼ50, dal più o meno 1955 ai primi anni del decennio 1960, che hanno iniziato la pubblicazione delle loro opere allʼincirca dal 1975 in poi, non mancano poeti di sicuro talento e di feconde prospettive, la cui posizione acquisita giustifica una particolare attenzione di analisi e di studio, costituendo essi per così dire la spina dorsale di una testimonianza letteraria che, per svariati, comunque imprescindibili motivi, non potrebbe certo essere ignorata.
Le trascorse “generazioni poetiche”, a cominciare da quella famosissima del ʼ30, irripetibile addirittura a livello mondiale con i suoi Seferis, Elitis, Ritsos, Vrettakos, Embirikos, Engonòpulos, ecc., e le successive che hanno avuto la sfortuna non solo di essere pesantemente trascinate, ma sopra tutto di trovarsi dilaniate negli ingranaggi dapprima di una durissima guerra mondiale e poi del più tragico conflitto civile nella moderna storia greca e degli interminabili, quasi trentennali, strascichi di irriducibile e non meno odiosa discriminazione politico-sociale che seguirono – le trascorse generazioni dunque non possono che trovarsi attualmente, e nella più che corretta logica, nella fase di definitivo assestamento nella generale cornice della letteratura neoellenica, avendone ormai gli autori finito in modo irreversibile il loro iter creativo o, in particolare, per quelle immediatamente anteriori al 1980, in sostanza esperito le ultime originali e concludenti elaborazioni espressive.
In tale ordine di idee quindi appare palese come, rispetto alla posizione organica di tutta la produzione che costituisce lʼeredità almeno delle due generazioni precedenti a quella dellʼʼ80, il compito precipuo della critica non sia e non possa ormai più essere quello di definirne un carattere, un indirizzo o un ceppo, tematiche sulle quali risulta essere stato ampiamente sinora dissertato, ma bensì quello di definitivizzare la loro sistemazione collocativa, ovviamente non più modificabile in melius o in peius, entro gli immutabili confini di esperienza poetica che gli compete.


Eʼ evidente poi che gli esponenti della generazione del ʼ70 e, a più forte ragione, quelli delle due generazioni postbelliche del ʼ60, in cui anni di nascita vanno più o meno dal 1935 al 1945-50, rappresentano la chiusura di una lunga stagione di grandissimo fermento nelle lettere greche moderne e contemporanee, iniziatasi nel primo decennio del ʽ900 sotto il segno della rivoluzione (ed evoluzione) poetica kavafiana, da cui fondamentalmente in nessun modo si può prescindere, e in seguito della ugualmente basilare lezione seferiana nella scia, in minor misura, della precedente ispirata visione demotica della lirica di Kostìs Palamàs.
Con i predetti esponenti, e più accentuatamente con quelli della generazione del ʼ60, si esaurisce altresì la principale fonte dʼispirazione e di meditazione, e cioè la Grecia stessa, la patria comune e tutte le sue articolate connessioni storiche, culturali, politiche, sociali, razziali, cittadine, contadine. personali, collettive – insomma lʼintero, ricchissimo, amplissimo, esemplare patrimonio di una civiltà pari alla quale poche potrebbero obbiettivamente riscontrarsi.
Sembrerebbe così che un vero e proprio iato si verifichi tra la generazione dellʼʼ80, la prima che, credo, inizi un nuovo ciclo o corso nel mondo letterario greco, e le altre anteriori; e, inoltre, anche la prima capace di proporre una notevole maturazione estetico-formale, pur nella spaziosa varietà e diversità vocale che la qualifica.
Una generazione che del tutto esclude qualsivoglia etichettatura, appartenenza a “scuole” o “circoli” o “correnti”, al contrario, nelle cui fila lʼassoluta indipendenza è la prima regola, e la spiccata autonomia creativa individuale in nessun modo permette dogmatiche formazioni letterarie o perlomeno parellele confluenze ideali o comuni configurazioni modellari.
I poeti di questa generazione sono singoli mondi che ruotano nelle più disparate traiettorie, in una indefinita molteplicità di personali creazioni secondo sperimentazioni assolutamente divergenti, intimamente proprie di ogni temperamento e indole degli autori.
Esclusivamente sotto questa angolazione ottica, quindi, ritengo essere stata possibile nei medesimi anni ʼ80, e quindi dalla “nascita” della generazione e almeno per il decennio successivo di vita, da parte di Ilias Kefalas1 la definizione “generazione della visione privata”, alla quale comunque non si mancherà di cennare più ampiamente in prosieguo di commento.
Intanto, tuttavia, mentre per comodità di lettura e di complessiva comprensione gioverà utilizzare il termine di generazione intesa in senso lato come “contemporanea società letteraria”, dovrei dire che, per quanto or ora esposto, sia non solo più logico, ma anche più rispondente alla realtà dei fatti, definire questa “generazione dellʼʼ80”piuttosto con lʼespressione, sia pure poco esteticamente elegante, “gruppo dei poeti dellʼ80” o “poeti dellʼʼ80”, anche se, a dir la verità, come in seguito si vedrà, si tratta proprio di una “generazione cronologica” assai compatta che, a parer mio, conferma uno dei fondamentali criteri che distinguono la nozione di generazione e ne giustificano lʼappellativo, e cioè quello della innovazione storico-tematica, sentimentale e glossologica nella testualità poetica.
Introdotta così lʼidea della “generazione” nellʼitinerario temporale della poesia, non si può non considerare propedeutico e indispensabile un cenno alla quaestio afferente la legittimità, il significato e i contenuti del termine “generazione” come è venuto a porsi e a “svilupparsi” in Grecia negli anni successivi alla fine della seconda guerra mondiale e con maggior pertinenza e insistenza verso la fine degli anni ʼ70.
Eʼ allora che nel continuo travaglio di una creazione poetica tormentata e influenzata da cruciali eventi politici, storici, ideologici, sociali e culturali verificatisi dal primo decennio del 1900 in poi, è stata sentita la necessità di “ordinare” secondo un ragionamento logico e realistico la varietà di una enorme produzione letteraria sviluppatasi senza soluzione di continuità nel corso di quasi mezzo secolo.
Certo, questa attenzione e questo interesse a stabilire classificazioni e definizioni genealogiche, sopra tutto poetiche (ma di sicuro non mancano anche per la prosa) bisogna obbiettivamente riconoscere che negli anni 1970 e 1980 non poteva costituire una vera novità, se si pensi che già agli inizi del XX secolo, come ricorda Evripidis Garantudis,2 si discuteva dellʼesistenza di una certa “generazione letteraria” (in un testo di Petros Vassilikòs),3 mentre addirittura risalgono al periodo 1893-1931 diverse indicazioni di Kostìs Palamàs di “generazione poetica” e “generazione letteraria” sparse nei volumi della sua Opera Omnia.
Si tratta però nel complesso di semplici riferimenti o referenze senza una precisa volontà di fissarne elementi riconoscitivi o discriminanti o scale di precedenza cronologica. Una più sistematica elaborazione critica a questo riguardo avrà luogo dopo la pubblicazione nel 1977 del libro La generazione del Trenta di Mario Vitti,4 quando altri critici amplieranno lʼorizzonte in una complessa disposizione temporale dei poeti che comprenderà lʼintera evoluzione poetica greca fino agli anni ʼ70 inclusi.
A Vitti segue Alèxandros Arghirìu che per la prima volta suddivide la moderna poesia neogreca in tre ampie “stagioni” sulla base dellʼanno di nascita quale basilare principio regolatore,5 ovvero poeti moderni del periodo tra le due guerre(nati tra il 1895 e il 1915), poeti della prima generazione postbellica(nati tra il 1916 e il 1928) e poeti della seconda generazione postbellica(nati tra il 1929 e il 1940).
Eʼ una novità che soprende e provoca, questa improvvisa tripartizione dellʼesperienza poetica di quasi mezzo secolo con i relativi “raggruppamenti” di autori nella competenza dellʼuno e dellʼaltro periodo variamente interpretati, spesso mal compresi, anche per lʼimplicita difficoltà di coniugare e far entrare in uno “stampo” testimonianze poetiche di più complesso respiro e direzione.
Non si sa peraltro se Arghirìu nellʼelaborare la sua partizione abbia o meno inteso riferirsi, mutatis mutandis, alla definizione che due anni prima Vitti aveva formulato parlando di “generazione poetica”,6 e poi specificato in particolare, e in modo specialmente riduttivo, cosa intendesse per “generazione del Trenta”, così ridimensionando sensibilmente lʼiniziale concetto.7
Sta di fatto che non mancano le critiche, nè ovviamente potevano mancarvi davanti ad una proposta tanto insolita quanto sconcertante per la sorpresa che provocò. Dʼaltra parte lʼidentificazione tra “generazione letteraria” e “generazione biologica” non sembra esprima nel migliore dei modi i contenuti poetici dei singoli autori di ogni generazione, ciò che provoca il dissenso e la censura di K.Th. Dimaràs, il quale a sua volta propone un diverso criterio di allogazione generazionale,8 che più tardi subirà il netto giudizio negativo del poeta e critico Vanghelis Kassos.9
Nel 1987 Nassos Vaghenàs suggerisce, con molta probabilità ispiratosi alle affermazioni di Vitti relativamente alle ragioni che giustificano la definizione di “generazione” per il gruppo di poeti apparsi negli anni ʼ30, unʼinterpretazione del medesimo termine e significato.10
Si tratta di un manifesto superamento del giudizio vittiano e di una molto più impegnativa concezione del termine “generazione” che, dʼaltra parte, però comporta in sè altresì un elemento fortemente limitativo in relazione agli “aventi diritto” di partecipare al significato di tale “generazione”.
Dice quindi in sostanza Vaghenàs che si può parlare di “generazione” solo quando ciò si riferisce ad un ristretto numero di autori (poeti) (che potrebbe addirittura essere anche uno solo), in quali con la loro opera abbiano creato e posto in essere modelli e prassi che modifichino precedenti espressioni, concetti e idee poetiche sino allora vigenti.
Appare chiaro che entro tale quadro valutativo e orientativo la definizione proposta da Vaghenàs attiene evidentemente a criteri basati esclusivamente su elementi estetico-letterari che vanno oltre e sostituiscano anteriori valide tipologie di arte e sentimenti poetici. Non gli si può tuttavia disconoscere il merito di aver individuato, a mio giudizio, nel modo più concreto ed esatto, anche se, mi sembra, da pochi riconosciuto in Grecia, lʼaspetto focale che deve presentare una “generazione” per poter fregiarsi di tale appellativo, ovvero il possesso di quella novitas che è insieme innovazione e riforma (v.infra), un nuovo sguardo e una diversa direzione dello sguardo.
Indipendentemente dalle varie classificazioni cronologiche delle generazioni poetiche proposte o/e stabilite, non sono mancate le specificazioni condizionali intese ad evidenziare un peculiare stato o sentimento di natura pratico-psicologica sperimentato dagli esponenti della generazione e/o riprodotto nelle loro opere, tale da designarne la formazione caratteriale e la sostanza del relativo pensiero.
In tale maniera, la prima generazione postbellica, i cui poeti hanno pubblicato dal 1945 e a seguire, viene definita “generazione della resistenza”(Varikas) e “generazione della sconfitta”(Leondaris).11
La seconda generazione postbellica, i cui poeti pubblicano dallʼ anno 1960, viene chiamata “generazione dellʼangoscia” (Varikas), “perduta generazione” (Mullàs) e poi, meno drammaticamente, quasi con giustificata tenerezza, “generazione della privazione” (Evanghelu) e infine, come slontanando nel tempo, “generazione delle risonanze”(Kassos),.12 il primo indulgendo romanticamente sulla definizione forse per il fatto che si riferisce anche a se stesso..
I poeti poi che iniziano a pubblicare nel 1970, costituiscono il gruppo dei “Poeti del ʽ70” o la “generazione del ʽ70”(Asteriadis) oppure la “terza generazione postbellica”, una definizione che non trova però convinti i critici, mentre Alexis Ziras la definisce “generazione della contestazione”, non saprei con quanta verosimiglianza e correttezza concettuale,13 vista la sterilità dei risultati raggiunti in tale pratica.
Infine, lʼultima generazione poetica di cui a tuttʼoggi si tiene conto e che, comunque sia, configura la matura attualità della poesia ellenica, è quella dei poeti che pubblicano dalla metà degli anni ʽ80 in poi, la “generazione dellʼʼ80” appunto o, nella definizione di Ilias Kefalas, la “generazione della visione privata”.14
A rigore potrebbe considerarsi alle porte unʼulteriore “generazione poetica”, quella dei poeti che hanno iniziato a pubblicare dal 1986 in poi, un gruppo anchʼesso del tutto eterogeneo, con uno sviluppo in fieri e pertanto non ancora idoneo per una sicura, plausibile e complessiva valutazione della sua produzione poetica, anche se una certa maturazione è già constatabile e un primo rendiconto credo possa anche essere tentato sopra tutto per cercar di esplorare quelle linee direttrici che certamente sʼintravedono e possono illuminarci a sufficienza ed ampliare le prospettive letterarie ivi contenute.

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Alexandros Arghirìu intende giustamente la poesia moderna15 come “rifiuto dellʼarte tradizionale e delle sue regole, considerate entrambi restrittive o esaurite” situando lʼinizio della tendenza moderna praticamente nellʼultimo decennio del XIX secolo e seg., con le estreme risultanze del romanticismo e via di seguito nelle tracce del simbolismo e quindi del surrealismo, futurismo, decadentismo, ecc.
Chiaramente quando Arghirìu parla di “poesia moderna” nellʼambito della letteratura greca, esprime un concetto assolutamente generale, per non dire generico, e di certo non attuabile per tutte le “correnti” e “movimenti” o “scuole” poetiche “moderne”, che si sono succedute in sostanza fino agli anni ʼ80 in epoca pre-contemporanea, tanto più che la definizione che conia e utilizza quale sinonimo o corrispondente di “moderno” è quella di poesia “novatrice”, espressione eminentemente vincolante e per ciò stesso da utilizzare cum grano salis.
Si dà il caso infatti che il verbo νεωτερίζω in greco e novare in latino nella locuzione νεωτερική ποίηση ossia poesia novatrice, intenda significare letteralmente e semanticamente non solo qualcosa di nuovo, che appare per la prima volta, ma altresì e sopra tutto qualcosa di innovante, meglio ancora riformante, che rimuove e sostituisce il vecchio precedente, in parole povere che svecchia e ringiovanisce, cioè dà una nuova vita e vitalità.
(Mi appare del tutto secondaria la considerazione se tale poesia neoterica o novativa mantenga alcuni elementi costitutivi della “vecchia” poesia che abolisce o almeno restringe ai minimi termini o invece imponga ed espliciti in tutti i modi una trasformazione tematico-formale così radicale da diventare una vera e propria “trasformazione”).
Entro una simile visuale e nel quadro delle lettere “moderne” indiscutibilmente la poesia di Konstandinos Kavafis è neoterica, novatrice, perfino rivoluzionaria, ove si consideri che, come molto opportunamente Arghirìu pone in rilievo, ciò che davvero è novatore è implicitamente anche rivoluzionario.
Ugualmente neoterica-novatrice è la produzione poetica della per più aspetti famosissima ed esemplare generazione del ʼ30, che immediatamente segue Kavafis nel tempo, senza tuttavia alcun punto di importante contatto con la sua poesia e tracciando un percorso sopra una linea di guida del tutto diversa: Seferis, Elitis, Ritsos, Embirikos, Engonopulos superano dʼun balzo, innovando anchʼessi per differenti itinerari e per molteplici versi le coordinate poetiche della generazione dellʼʼ880 e dei suoi epigoni in attività fino ai primi decenni del 1900.
Il criterio del neoterismo nella definizione classica che Arghirìu adotta mentre ritengo non possa trovare applicazione debitamente appropriata alla poesia delle due immediate successive generazioni(del ʼ40 e del ʼ50), trova invece miglior adattamento negli esiti delle ulteriori due generazioni del ʼ60, anche se più o meno tributarie dellʼimmensa dovizia e imponenza poetica della inimitabile generazione del ʼ30, e in special modo della prima per la quale mi pare si possa propriamente parlare di “generazione” sia nel senso ristretto indicato da Vitti sia in quello preconizzato da Vaghenàs(v. supra), cosa che invece difficilmente si potrebbe dire, a parer mio, per la seconda generazione del ʼ60, che più rettamente potrebbe definirsi “poeti del ʽ60”, un amplissimo gruppo di autori variamente disposti nel terreno della poesia (anche se per alcuni sussiste una evidente comunanza di finalità ideologiche e progettazione poetico-estetica), e comunque abbastanza lontano dalla creazione di unʼaltra, innovatrice e iniziatrice, mens poetica.
Bisognerà attendere lʼesaurimento delle tre principali generazioni postbelliche (del ʼ60 e del ʼ70) e giungere alla più recente “generazione” attiva e matura, quella dellʼʼ80, per ritrovare la possibilità di adozione del criterio di neoterismo o novazione sopra esaminato.
Sono perciò con forza dellʼavviso che la “generazione” dellʼʼ80 sia in effetti la prima generazione postbellica che, da una parte, si distacchi sensibilmente e si autonomizzi dalla più recente storia del Paese (la storia del periodo 1940-1974, così invasivamente presente nella poesia delle precedenti generazioni) alla quale meno che occasionalmente si rapporta, mentre con facilità e felice intuito si rivolge a personaggi ed epoche storiche dal primo Novecento e via via indietro fino allʼantichità, e dallʼaltra decisamente si allontani, e praticamente se ne disaffezioni, dallʼincombente(durante circa 40 anni!), e delle volte perfino irrinunciabile, eredità della generazione del ʼ30.
E quello che per la generazione del ʼ60 e del ʼ70 non ha potuto avvenire, e non è avvenuto, provocando lʼesasperata esclamazione di Takis Sinopulos rivolta a Jorgos Seferis: “morite, finalmente, che viviamo anche noi!”,16 matura e accade ben 30 anni più tardi, negli anni ʼ80, con una “generazione” poetica finalmente libera da gravose ipoteche di un passato bensì glorioso, ma sinceramente schiavizzante e ormai riduttivo, che esce dalle vecchie regole e dai triti “ismi” alla ricerca di una nuova parola, di un nuovo ubi consistam e quindi di una nuova tecnica e ispirazione poetica.
Come più sopra cennato, lʼunica definizione di condizione proposta e applicata per la “generazione” dellʼʼ80 è stata quella di Ilias Kefalas il quale la chiama “generazione della visione privata”17, “generazione dellʼIo”, una definizione certamente non da tutti condivisa18 e addirittura accusata di contradditorietà nella considerazione, per la verità poco convincentemente dimostrabile, che i due termini “visione” e “privata” siano incompatibili tra di loro,19 come se, nella più semplice e semplicistica delle ipotesi, la “visione” fosse prerogativa unicamente di una collettività e non anche dei suoi singoli membri, ognuno per proprio conto, senza poi, se vogliamo approfondire, tener conto del fatto che la domanda che nel 1988 si pone D.Maronitis, prettamente retorica (“in che cosa di nuovo contribuiscono dunque questi giovani poeti della galoppante generazione dellʼʼ80”) risulta senza senso in quanto ad un critico accorto ed esperto non è permesso di fingere di non capire cosa offre, così apertamente, senza schermi di natura politica, sociale e storica, la nuova generazione poetica in esame, anche se in quei primi anni di apparizione della nuova poesia è pur vero che occorreva essere estremamente intuitivi per intravedere lʼevoluzione di un gruppo di poeti , sia pure consistente, così eterogeneo per indirizzi e premesse. A parte questo, comunque, non trovo molto felice lʼaffermazione dello stesso D. Maronitis sulle “direzioni di visuale” che includerebbe in sé il termine “visione” il quale, cioè, “per definizione guarda intorno e fuori e dietro e davanti”, quando preminente caratteristica e carattere di ogni “visione” è quella di “guardare” solo davanti e in alto, ovvero ad un qualcosa di nuovo e insolito.
Tali critiche non sembra quindi possano vantare attributi di obbiettività e serietà, né laddove si cauterizza la “visione privata” considerandola alla stregua di un semplice “teorema”(A.Ziras, Definizioni e correlazioni nella più recente poesia, 1980-1990 in I poeti della più recente generazione, ed. Aetopulio Centro Culturale, Chalandri, 1992) nè quando la si declassa ad una specie di “slogan pubblicitario di riferimenti”(N.Davvetas: per esempio, lʼespressione “generazione della visione privata”, per quanto intelligente, funziona piuttosto come i messaggi pubblicitari delle bevande rinfrescanti, senza aiutare il lettore a seguire con chiarezza le testimonianze poetiche”…E allora lʼuso di simile terminologia aiuta solo alla creazione di una unitaria pubblicità come quella che offrono le molteplici riviste di miscellanea” (cit. in riv. “Lʼalbero”, n. 50-51, gen.-mar. 1990), nè tantomeno, giocando sulle parole e sui significati, allorchè si generalizza fuori luogo affermando che “la poesia non è nullʼaltro che una questione privata”(V.Chatzivassilìu, in cit. La miscellanea germinale, v. nota 17), ben sapendo che non è affatto così.
Dʼaltra parte la critica alla definizione della generazione della “visione privata” e ai suoi sostenitori soffre, mi pare, di un insormontabile gravame costituzionale in tal modo perdendo gran parte della sua verità ogni volta che si conforma e sʼinforma al poco ragionevole indirizzo critico secondo il quale le diverse fasi generazionali della poesia del dopoguerra devono essere connesse e identificarsi con corrispondenti teorizzazioni e premesse di natura politico-sociale.20 In tal senso pertanto anche la generazione dellʼʼ80 dovrebbe essere inserita e giudicata nel quadro del corrispettivo ambito storico-sociale nel quale è nata e si svolge, e del quale dovrebbe alimentarsi e non poter farne a meno.
Sennonchè lʼequazione o il sillogismo non vale, o non vale del tutto, per i poeti degli anni ʼ80 perchè in questo periodo non sussiste una interrelazione politico-sociale che accomuni e inglobi tutta o parte della popolazione, e quindi anche del mondo dei poeti, ma ben una diffusa, imprescindibile asocialità e asocializzazione che escludono a priori dialettiche contemperanze o opposizioni politico-sociali e favoriscono una spiccata individualizzazione nella realtà sociale e il totale esaurimento di quello che era rimasto dellʼamalgama di coscienza e socialità collettiva, distintivo, nel crogiolo di assorbenti eventi ed effetti storici, delle generazioni del ʼ60 e, di gran lunga più attenuato se non scomparso, in quella del ʼ70.21
Con le due generazioni del ʼ60 i rappresentanti della generazione dellʼʼ80 hanno, direi, molto poco da spartire, anche se non nascondono una sensibile attrazione per i meriti delle idealità che nutrirono quelle generazioni, in particolar modo la prima. I rapporti invece della generazione dellʼʼ80 con quella del ʼ70, immediatamente precedente e quindi, in teoria, anche psicologicamente, oltre che culturalmente, più vicina e di più prossima influenza, non appaiono proprio idilliaci, risolvendosi piuttosto in un, delle volte poco controllabile, sentimento di deprezzamento (e latente disprezzo, forsʼanche) della complessiva consistenza poetica di quella generazione, la cui presenza viene del tutto declassata, nella maggior parte dei casi, tanto da essere ritenuta assolutamente fittizia,inconsistente, organicamente “fuori dalle mura” della letteratura greca(!) e sopra tutto per più aspetti e sviluppi colpevolmente dipendente dai richiami, diretti o sfumati, di una certa beat o no poesia statunitense.
A questo proposito, e con dovizia di particolari, Vanghelis Kassos analizza le ragioni per le quali la generazione del ʼ70 (una generazione per più aspetti “spenta” e finalmente ben poco brillante nonostante le iniziali speranze di fulgide prospettive) viene a trovarsi ingabbiata in una infeconda “contestazione” in ciò irragionevolmente trascinata dal fascino del contestatario movimento americano dei beatnik,che essa imita senza aver mai capito (e sfruttato) la capitale differenza che intercorreva tra le condizioni politico-sociali e i momenti storici che avevano creato i presupposti e il nutrimento della contestazione rispettivamente in territorio statunitense e nellʼarea elladica (non basta, certo, che il fulcro motorio della junta militare dei colonnelli in Grecia sia stato di ispirazione americana per equiparare la contestazione greca, se di vera e propria contestazione si può parlare, a quella dei beat negli Stati Uniti e protestare contro la dittatura quasi vestendola dei panni dellʼestablishment statunitense!).22
Lʼappunto, poi, più grave che Kassos muove a carico di un certo numero di esponenti della generazione del ʼ70 è che questi hanno inteso e intendono presentare i poeti della generazione dellʼʼ80 come loro epigoni disconoscendo a questa la qualità di generazione (Intervista a V. Kassos nella riv. Nuovo Livello, cit.), senza per questa asserzione avanzare nessuna convincente argomentazione probatoria.
A parte questa negazione del valore e della verità della generazione del ʼ70 da parte di quella del decennio successivo,23 che qui comunque si accenna a mero titolo informativo non giovando approfondirne le motivazioni nel contesto della presente esposizione, importa delineare, sia pure per sommi capi, il profilo di questa generazione dellʼʼ80 che costituisce lʼoggetto dellʼantologia poetica che segue e la necessaria costante della realtà poetica contemporanea e almeno dei prossimi dieci anni in Grecia.
Eʼ invalsa la consuetudine di includere nella generazione dellʼʼ80 i poeti nati tra il 1956 e il 1963, con unʼapprossimazione quindi cronologica rispettivamente di 4 anni allʼinizio e 3 anni alla fine del periodo, mentre per quanto concerne la pubblicazione delle opere, lʼanno iniziale è stato fissato, bene o male, nel 1974, anno che, peraltro, coincide con il ritorno della democrazia in Grecia dopo la settennale parentesi dittatoriale dei colonnelli.
Questi autori dunque e la loro produzione poetica entrano a far parte di una “generazione” definita “della visione privata”, come dianzi cennato. Ed è, nel tempo, lʼultima “generazione” i cui saggi di scrittura siano stati con una certa organicità e coerenza, ma anche con buona frequenza e insistenza, sottoposti al crivello della critica.
Si tratta di un più che consistente gruppo di poeti i quali, pur non costituendo una comunità poetica (o “comunità dʼinteressi poetici”) in senso stretto, nonpertanto rivelano(non sin dallʼinizio, è vero, ma almeno nellʼultimon decennio) un certo grado di interintegrazione reciproca per sottili, impercettibili, talvolta, fili di collegamento specie per ciò che attiene al “clima” entro il quale agiscono intellettualmente.
Nel contempo la loro grafia poetica riesce (attraverso meditate tappe evolutive, nelle più recenti e consistenti manifestazioni della loro creatività) ad ergersi su piani espressivi assai diversi (e diversificati) rispetto alla poesia del passato più o meno remoto e, in quanto distinto corpus di creatori, in possesso di caratteristiche che lo “distinguono dagli altri poeti delle generazioni anteriori”.24
Quanto alla sostanza qualitativa di questa generazione, è chiaro che, la medesima allo stato attuale delle cose, non sia più accettabile essere considerata ancora e sempre in fieri,25 come uno degli esponenti, appunto, di essa, Vassilis Dokos, afferma nel 1998,26 cioè ben 23 anni dopo la prima apparizione di poesie di autori dellʼʼ80: “la più recente poesia si trova ancora allo stato di formazione” e “giovani poeti cercano il proprio stile” e infine “lʼelemento di unʼintensa selezione che caratterizza le opere dei giovani poeti27 rende impossibile la formazione di una testimonianza unitaria nellʼambito della letteratura”, dove il centrale aggettivo “unitaria” mi sembra poco felice, anzi privo di determinante significato.
Credo, e penso di non sbagliarmi, che simili giudizi siano ingiustificatamente pessimisti, piuttosto peccano di realismo e forsʼanche denotano una perlomeno incompleta conoscenza e valutazione del materiale poetico presente e che, se lette con la dovuta attenzione e senza alcun preconcetto, le raccolte poetiche degli ultimi dieci-dodici anni, non può non trarsi la certezza di una precisa maturità letteraria degli autori dellʼʼ80, una consolidata ispirazione che supera ampiamente i modelli di ogni altra generazione e per alcuni tratti anticipa quelli della prossima generazione (che non può essere che quella del ʼ90, vista ormai la confermata abitudine e prassi di classificare le generazioni poetiche per successivi decenni,28 anche se gli anni di nascita degli autori obbediscono ad una maggiore elasticità cronologica) e finalmente la testimoniale verità di una precisa novità espressiva che utilizza miscellaneamente, ma con multiforme inventiva, ogni possibile e riconducibile modulo letterario del passato (lontano e attuale) creando un proprio linguaggio, adatto ai tempi e alle vigenti condizioni esistenziali, di rilevante ricchezza modale, complesso e composito indipendentemente dagli oggetti dellʼispirazione.
Di conseguenza anche lʼasserzione di Nikos Churdakis29 secondo cui “per essere considerati notevoli [i poeti greci degli anni a venire] dovrebbero da un lato proseguire la tradizione della parola poetica ellenica (Solomòs-Kavafis-Sikelianòs-Elitis-Ritsos) e dallʼaltro dare al proprio lavoro il senso dellʼavanguardia”, si situa molto lontano, e inoltre in modo assai retrogrado, dalla reale sostanza innovatrice della generazione dellʼʼ80 alla quale pur, cronologicamente, appartiene egli stesso. Va da sè, peraltro, che se, per proseguire la tradizione poetica greca bisogna seguire le tracce dei grandi poeti menzionati, nessuna possibilità sussisterebbe di creare alcunchè di nuovo e di diverso, ciò che è il segno distintivo di ogni innovazione creativa, mentre, dʼaltra parte, nessuno può asserire che le condizioni politico-sociali, storiche ed estetiche che permisero la fioritura dei predetti poeti nelle relative epoche possano replicarsi anche negli anni dei poeti dellʼʼ80! Per non dire poi che il “senso dellʼavanguardia” non è qualcosa che può essere costruito ad libitum o trovato nel mondo o comprato dovunque sia alla prima occasione o dopo lunga ricerca, oltre il fatto, infine, che questo “senso dellʼavanguardia” fa a pugni con il criterio del proseguimento della tradizione, se le parole hanno un significato preciso.
Dʼaltronde, anche ammettendo che gli autori dellʼʼ80 vogliano o possano tanto assimilare il patrimonio della citata tradizione poetica greca da riuscire a creare, nella sua commistione con le esigenze e nuovi indirizzi letterari contemporanei, una ex novo costumanza e un originale canone letterario nel senso di unʼavanguardia che produca il riformante rinnovo proprio di una letteratura (e poesia) novatrice – anche così non si eliderebbe lʼantinomia e la non identificabilità tra punto di partenza (tradizione poi osmotizzata) e punto dʼarrivo (nuova realtà letteraria dʼavanguardia).
La società greca impiega più o meno cinque anni, dopo il ripristino delle istituzioni democratiche (1974) e la chiusura (si spera definitiva) dei cicli dittatoriali, o comunque accentuatamente autoritari, a pervenire ad una, ragionata o spontanea, reiezione di operanti e impegnative partecipazioni politiche e alla conseguente apoliticizzazione anche della letteratura. Ne risulta il dissolvimento del senso e della pratica del collettivo, caratteristica di ogni intensa organizzazione politicamente coesa, e la parallela esplosione del fattore individuo e di un talora esasperato soggettivismo che (memoria rinascimentale? deformazione moderna?) eleva e colloca in preminente, quasi dominante, posizione il nucleo-persona, lʼindividualità personale fine a se stessa e per se stessa.
“La nuova poesia è semplicemente e unicamente egocentrica”, riconosce Ilias Kefalas30 che completa: “Esiste solo la persona, la generazione dellʼIo (The me generation) e tutto ciò che si nasconde dietro allʼIo, alla coscienza e allʼinconscio”.31 Gli autori sono isolati, solitari (senza che ciò significhi che sono asociali), non hanno un centro materiale di gravità dove riunirsi, comunicare ed esprimersi(ad esempio quelli della generazione del ʼ30 erano parte costituzionale e attivamente partecipi della Rivista Ta Nea Grammata(Le Nuove Lettere), tanto da essere accusati di costituirne una “clicca”) e nelle loro riflessioni ideologiche non sentono la necessità di comparticipazione di compagni dʼarte. Tutto ciò in ogni modo fino al 1990 più o meno, a dir il vero.
Gli anni ʼ80 creano le prime tendenze e condizioni isolazionistiche per lʼuomo che, constatato quanto inoperante si era rivelata la “contestazione” degli autori degli anni ʼ70, anche se non raramente pagata a caro prezzo, si ripiega in se stesso, un “sé” che diventa prototipa autoesclusione personale nella forma egotica dellʼautosufficienza e sbarramento agli e degli altri.
I poeti dellʼʼ80 non sono anticonformisti, come Vassos Varikas constata essere i poeti del ʼ70,32 (purtroppo nella maggior parte dei casi senza apprezzabili risultati pratici ed artistici), né, come questi ultimi, nutrono disprezzo e ostilità verso la tradizione e si muovono entro un genuino nihilismo, secondo lʼaccertamento di I. Kefalas,33 che però non tarda a contraddirsi quando considera, non si sa su quali fondamenta, che la poesia dellʼʼ80 riflette le precedenti manifestazioni poetiche del ʼ70.
Cʼè in questa generazione, ripetesi: erroneamente ancora sub judice,34 “lʼangoscia dellʼuomo contemporaneo perdutosi nellʼiperconsumo e nei precetti del mercato mondiale delle multinazionali “(D. Pavlaku)35 che pure, malgrado tutto, non finisce per disperdersi ed annullarsi, ma rifugiandosi tra le mura del proprio Io (forse le ultime mura non ancora o non totalmente abbattute entro cui si può attingere alla preziosan libertà personale), nel suo mondo introverso (estrema difesa) e superlativamente personalizzato, si misura con le proprie problematiche riflesse sia nel proprio intimo che nella realtà circostante.
Alla fin dei conti il fatto che nella generazione dellʼʼ80 lʼunità dellʼindividuo-poeta abbia prevalso ed escluso qualsiasi molteplicità organicamente collettiva (tutto lʼopposto della prima generaazione del ʼ60) nessuno può o deve considerare ne costituisca il “punto debole” o una “colpa” che ne diminuisca la qualità o la dignità. Al contrario, è la riprova di un nuovo impegno, impeto e direzione impressi alla poesia attraverso le tematiche della nuova società e del nuovo vivere civile che si sta formando (nel meglio e nel peggio) e, a quanto sembra, imponendo a livello mondiale (già nel 1989 I. Kefalas può constatare che i poeti dellʼʼ80 “non solo tendono, ma anche riescono a rinnovare le vecchie percezioni assicurando una certa diacronicità alla verità delle cose”),36 se non dovesse intervenire in un prossimo futuro una qualche forza a frenarlo o interromperlo.
Il mondo dellʼIo, rapportato alle contestuali realtà esterne, appare inesauribile prospettiva di varianti e variazioni sul tema. Ne consegue in pratica lʼinesistenza di un unitario indirizzo poetico nella generazione dellʼʼ80, tale da far pensare ad una “corrente”, ad una “scuola” nuove, quale evoluzione del moderno nellʼattualità del postmoderno. Nondimeno, leggendo la poesia dellʼʼ80, il carattere innovante che se ne riscontra nellʼespressione e nellʼispirazione è inoppugnabile, un carattere di amplissima complessità, pur nelle risonanze di un passato più o meno prossimo perfettamente assimilate, elaborate e rimesse in circolazione ricche di nuova linfa.
Non è pertanto minimamente da escludere che, nella sua novità formativa, la poesia dellʼʼ80 possa costituire il più naturale fomite ad ogni possibile sviluppo futuro (e già negli autori del ʼ90 sono rintracciabili forme di evoluzione o/e ispirazione rispetto alle risultanze raggiunte nella integrata generazione del precedente decennio sotto esame nel presente contesto). E quello che Vanghelis Chatzivassilìu chiama pur sprezzantemente“miscellanea germinale di una generazione”37 credo che in sostanza si concreti nel fatto e nella prassi per cui i poeti della generazione dellʼʼ80, liberàtisi dalla epigonica zavorra coltivata come eredità dai colleghi di precedenti generazioni, si irradiano in una “multilivellare relazione infratestuale”(Garantudis, op. cit. nota 2) con le formulazioni poetiche più qualitative del ʽ700 e dellʼʼ800 non solo ellenico, ma altresì europeo e nordamericano, prima di cristallizzarsi nelle più personali tematiche introversive in parte esasperando il soliloquio degli autori della generazione del ʼ70, senza peraltro riverberarne gli esiti.
E quando il medesimo E. Garantudis38 afferma che “lʼintrospezione tematica e, per estensione, psicologica non solo non esclude la considerazione del mondo esterno, sociale e storico, ma produce i presupposti per una sua diversa visuale ottica”(cit. Antologia), non fa altro che confermare quanto congetturato allʼinizio del paragrafo precedente.
Ha detto il poeta, saggista e critico letterario Vanghelis Kassos, tra i più interessanti esponenti della generazione dellʼʼ80, che i poeti di questa generazione sono affetti da “personalismo narcisistico” ovvero in essi si riscontra un “estremo narcisismo”,39 in tal modo volendo evidenziare (e forse deferire?) lʼamore di sé, spiccato ed esclusivo, che esternano i poeti dellʼʼ80 e un poʼ meno quelli successivi in tutta lʼarea metropolitana greca.
Trovo che lʼasserzione di Kassos sia eccessiva per quanto i poeti dellʼʼ80 hanno presentato dal 1990-1995 ad oggi, mentre potrebbe a rigore applicarsi, con molta attenzione, ai primi 15 anni della loro creazione, anni appunto di spasmodiche situazioni di assestamento politico-sociale durante i quali il “rientro in sé”, il rifugio come difesa e protezione nel proprio Io trova obbligatoria esaltazione per costituire lʼunica possibile conferma dellʼesistenza dellʼuomo e della sua ragione di essere in unʼepoca di solitudine sociale, isolamento, perfino alienazione nella paura per il futuro e nella dispersione del sentimento del collettivo. Le ultime pubblicazioni dei più qualificati poeti dal 2000 in qua confermano in modo inequivocabile una “uscita fuori dalle mura” e la conquista di nuovi territori espressivi in località molto lontane dallʼIo, così decisamente ribadendo il loro iter innovativo nella poesia e forsʼanche la loro collocazione a pietra miliare per lʼevoluzione a venire.

A questo proposito illuminanti sono le constatazioni di A.Ziras secondo cui i poeti dellʼʼ80 facendo perno “sulle modalità della rappresentazione poetica moderna esperite nellʼimmediato o più lontano passato” davvero “pongono in sostanza nuovi limiti alle nostre esperienze di lettura e nel contempo avanzano anche nuove condizioni di essere”, mentre più esplicito appare il punto di vista di N. Churdakis quando riconosce che “nellʼopera di alcuni di questi poeti (dellʼʼ80) possono riscontrarsi le prove di una nuova teoria della vita che corrisponde ai dati esistenziali, sociali e storici del presente”, per concludere ancora con A. Ziras il quale, appurato il rapido sviluppo dei poeti dal 1980 in poi, non tanto nel linguaggio quanto nella concezione poetica, constata che in essi “in un breve periodo di tempo viene abbandonata o si trasforma la presenza dellʼ”io”, mentre la (loro) drammatica, lirica o ironica, ma pur monofonica espressione si tramuta in polifonica nel senso che vieppiù comincia a dar forma ad un universo di mitologia poetica”.40
Ciò considerato, e in un altro ordine di idee non avulso comunque dal generale quadro sin qui descritto, non saprei proprio vedere come si possa, riferendosi alla letteratura, e in special modo alla poesia degli autori dellʼʼ80, parlare di “nevrose littéraire” nella sua forma classica”41 oppure scoprire che “i poeti nella loro totalità esprimono un vicolo cieco comunicativo, una concezione nevrotica dellʼ”io””,42quando espressioni del genere comportano, anche metaforicamente, situazioni psichiche (“conflitti tra coscienza e tendenze istintive dellʼuomo”, “isterismo, nevrastenie,ossessioni”, secondo importanti dizionari) di cui davvero si stenterebbe molto a riconoscere come affetti i poeti dellʼʼ80, e in particolare solo essi in tutto il panorama della poesia neogreca!
Ciò significa, è più che evidente, che coloro i quali vanno utilizzando simili fraseologie o ignorano il campo di morbosità, di esplicazione e sopra tutto di applicazione di tale manifestazione psichica o poco o nulla hanno inteso delle reazioni psicologiche manifestate dai predetti poeti nellʼambito del tessuto sociale e dei tempi in cui hanno vissuto e vivono. Quindi non bastano le espressioni ad effetto per creare delle verità. E i termini di una morbosità medica vanno utilizzati con parsiminiosa riflessione.
Ugualmente giudizio negativo va attribuito allʼanacronistica opinione di chi, credendo di constatare che nella produzione dei poeti della generazione dellʼʼ80 vi è una diffusa tendenza ad una poesia di breve respiro, quale “facile scrittura” e semplice “addizione/allineamento di versi” che danno luogo a un “discorso poetico privo di ogni geometria”, trae una gratuita convinzione di inconsistenza poetica, solo perchè i testi delle poesie “si sviluppano di solito nellʼestensione di una pagina e in genere arrotondano la loro idea poetica nel verso conclusivo”! e quindi contrastano con la “invenzione architettonica” e il “piedistallo geometrico” che O. Elitis ritiene debbano sussistere alla base di ogni poesia.43
Così, conseguenza di simili argomentazioni è, sempre secondo N. Parissis, il fatto che nella attuale poesia mancano le “grandi composizioni poetiche” cioè i lunghi poemi e poemetti, sì che ne deriverebbe una ragguardevole riduzione di qualità della poesia dellʼʼ80!
Non cʼè chi non riscontri in tali ragionamenti non poca superficialità critica ed un non corretto conoscimento della generale realtà entro la quale, come già detto, si muovono, sentono e agiscono i poeti della generazione predetta.
E poi non si può non tener presente come la forma poetica generale in Europa veleggia entro tipologie e altezze in pratica comuni alle letterature di tutti i Paesi singolarmente considerati. Indipendentemente dagli oggetti dellʼispirazione, peculiari in ogni Paese, frutto di diverse esperienze storico-politico-sociali, caratteri psichici e sensibilità etico-estetiche, è indubbio che le strutture formali di espressione utilizzate dai poeti in Europa (occidentale, centrale e sudorientale) presentano una uniformità che sembrerebbe assai convenga e si adatti anche non solo ai contenuti dellʼopera poetica, ma altresì alla funzione che si ritiene o si richiede o si auspica che, nei limiti del permissibile o possibile entro gli ingranaggi dellʼodierna società, svolga la poesia. E la poesia greca in esame rientra ampiamente in questo generale profilo, mentre viceversa la poesia europea nella sua generalità procede da anni nei medisimi sentieri formali adottati anche dalla poesia greca dellʼʼ80.
In ogni modo, a parte ogni, legittima o arbitraria, elucubrazione e cerebralismo interpretativo su questi poeti dellʼʼ80, forse impressionante in quanto locuzione, ma a parer mio non rispondente ad effettiva attualità, credo importante soffermarsi su alcune osservazioni di capitale rilievo espresse da Stavros Zafirìu, poeta tra i più ragguardevoli in questa generazione, sullʼodierna poesia.44
Egli denota una situazione sinora passata quasi inosservata dalla maggioranza degli studiosi, (tuttʼal più è stata sfiorata senza approfondito seguito) e cioè che il disinteresse dei poeti per la fenomenologia sociale, per il complesso dei fenomeni sociali45 che investono lʼuomo (e il poeta) di oggi e spesso ne condizionano o guidano il comportamento. si trasforma in tensione verso lʼessenza stessa del fatto poetico che così assurge a superiore criterio dci rivalutazione della realtà vissuta nel suo concretamento con tutte le sue possibili proiezioni storico-tradizionali. Dice: “non è per nulla casuale che lʼangoscia dei poeti contemporanei si allontani dagli eventi sociali e si concentri ormai sulla stessa poesia…rivengono figure tematiche del passato, non come ritorno alla sicurezza del già sperimentato, ma come investigazione.46
Ecco dunque il punto cruciale su cui ha avuto il merito di soffermarsi questa generazione poetica, che avrebbe dovuto essere il principale oggetto di studio della critica, e non lo è, che ha avuto la sfortuna di vivere in unʼepoca in cui il romanzo la fa da padrone incontrastato(per carità, ci sono stati e ci sono dei romanzieri di grandissime qualità) e tutti i critici vanno a nozze occupandosene, e che addirittura, estremo discredito, dopo quasi trentʼanni di presenza demiurgica, viene ancora trattata come minorenne e non le viene assurdamente riconosciuta la maggiore età!
Altre generazioni anteriori hanno incentrato la loro ispirazione sullʼessere politico, sullʼessere sociale, sulla guerra vissuta e subìta, sulla lotta ideologica, sulla patria presente e passata, ecc. Ed è stata scritta anche una bellissima poesia descrittiva e meditativa di tutto ciò, con parimenti eccellenti implicazioni etico-filosofiche. Erano, dʼaltronde, epoche che, per i loro stessi contenuti relazionali, implicitamente e automaticamente esigevano simili partecipazioni. E in merito è stato in pratica detto tutto quello che cʼera da dire.
Riparlare adesso della società e dei suoi invariati e invariabili travagli? Riargomentare col senno del poi su conflitti, passioni politiche che provatamente sono state la rovina della nazione nei secoli dei secoli? Sillogizzare in merito ad un processo storico che va vieppiù ostracizzando lʼumanità e lʼumanesimo a favore di oscure, anonime o nominative sinergie economico-tecnologiche in contumacia appunto dellʼuomo di tutti i giorni?
E allora o tutto è stato già detto e quindi non ha nessun senso ritornarci su oppure quello che a rigore si potrebbe ancora dire è in partenza vuoto di significato nella globalizzata assurdità di un mondo sempre più alla deriva ed estraneo a se stesso.
Cʼè però la poesia, rimane ancora e sempre la poesia, il ποιείν in sé e per sé, un universo di parole e di immagini mai compiutamente esplorato ed esplorabile, di difficile rivelazione e di fascinosa attrattiva. Un arduo cammino, ma sentito come unico, nuovo progetto di vita e rinnovato contatto con lʼanima delle cose e degli esseri, a prescindere da tutti gli “ismi”, dogmi letterari e canoni di comportamento.
Il poeta dellʼ80 investiga la poesia nel suo lungo corso, torna a scrutare i suoi secolari meandri risuscitando aspetti che più gli si addicono intorno ad essi tessendo la nuova tela poetica per le nuove avventure delle parole, dei significati e dei sentimenti. E la poesia diviene il frutto esistenziale e la prospettiva di una rinnovata visione dellʼessere e del divenire. Sta così nascendo una nuova espressività per un nuovo possesso della poesia stessa e lo sviluppo di nuove sue propaggini e rampolli.
Zafirìu rileva altresì un altro fatto che si direbbe “strano”, anche se in verità sarebbe piuttosto “brutto e cattivo segno”, e cioè che la poesia sia lʼunica arte rimasta fuori dal campo delle professioni: “teatro, musica, pittura, scultura, danza, cinema…arti professioni, arti per vivere, arti per profitti…arti che hanno le loro azioni nellʼeconomia internazionale. E nessuno dubita della qualità. Nessuno contesta i creatori”.
La poesia è la sola a non essere unʼarte-professione!”Perchè mai nessuna società ha sponsorizzato lʼedizione di un libro di poesia?” si chiede ancora Zafirìu.
Giusto il suo rilievo. E la sua sorpresa. Comʼè giusta anche la sua domanda(che è anche una risposta): “Finalmente forse è meglio così?”, e in effetti non si può non riflettere sul fatto che la poesia non professionalizzandosi, ha forse potuto mantenere, in tempi venali come questi ultimi trentʼanni, la propria autonomia espressiva, la propria libertà di coscienza e la propria protezione da contaminazioni e compromessi di lucro. E forse in ultima analisi non importa troppo che non vi siano poeti “stars” o con un seguito di “fans”! Credo che la poesia sia lʼunica arte a non tollerare limitazioni dovute a pressioni economiche o di interessi, pure a scapito della sua presenza viva nellʼattualità quotidiana.
Insomma, visto quanto precede, anche se la qualifica di “visione privata” attribuita alla generazione dellʼʼ80 rispecchia per molti versi una tendenza che non si può disconoscere, sicuramente almeno nei suoi stadi iniziali dei primi quindici anni, la definizione che ritengo le sarebbe più consona e meglio risponderebbe ora alle sue caratteristiche demiurgiche potrebbe essere “generazione del libero pensiero”, che indica non solo lʼindipendenza da precedenti vincoli letterario-tematici, ma altresì la totale emancipazione verbale e possibilità del più ampio svariare, senza pregiudizio del risultato finale, nelle più diverse esperienze poetiche di ogni passato, evitando di diventarne pedissequo scolaro, ma esplorandone lʼintima struttura per trarne nuove risultanze ed effetti pratici.
La generazione dellʼʼ80 è ricchissima di fermenti, di variazioni non sul tema, ma sui temi, di specchi prospettici che hanno sinora prodotto notevoli attestati di valore ponendosi come linee direttrici di nuovi riscontri e nuove proiezioni nellʼinfinito della poesia.

N O T E

1) I. Kefalas, La generazione della visione privata(Nuove apparizioni in poesia), ed. Thètrippon, Atene, 1987 e Antologia della poesia greca contemporanea – Gli anni 1980(Visione privata), ed. Livanis, Atene, 1989.
2) E. Garantudis, Antologia della più recente poesia greca, 1980-1997, ed. Nefeli, Atene, 1998.
3) Ο Διόνυσος (Dioniso), vol. 2, fasc. 4, 1902.
4) M. Vitti, La generazione del ʼ30. Ideologia e forma, ed. Ermis, Atene, 20043.
5) A. Arghirìu, Progetto per una comparazione della moderna poesia greca in riv. Διαβάζω(Leggo), n. 22, luglio 1979 e poi in vol. La poesia greca. Antologia. Letteratura. La prima generazione postbellica, ed. Sòkoli, Atene, 1982.
6) Vale la pena di riportare le espressioni utilizzate da Vitti: “…inquadriamo per nostra comodità persone più o meno coetanee e aventi aspirazioni personali motivate da comuni punti di partenza e inizialmente derivate da convergenti opportunità”.
7) “nel senso più stretto possiamo intendere i giovani che collaborarono con la rivista “Ta Nea Gràmmata”(Le Nuove lettere) e solo i giovani”.
8) T. Th. Dimaràs, Generazioni letterarie, quot. Το Βήμα(La Tribuna), 23.10.1983 e in precedenza nel vol. Storia della letteratura neogreca, Atene, 19756.
9) V. Kassos, Il termine “generazione” non è un” indice di valore” in riv. Νέο Επίπεδο(Nuovo Livello), n. 26, primavera-estate 1997.
10) N. Vaghenàs, Solo in città in riv. Diavaso(Leggo), n. 160/23.1.1987 e poi in vol. Il vestito della dea. Appunti per la poesia e la critica, ed. Stigma, Atene, 1988.
11) I poeti di questa generazione hanno vissuto gli orrori della guerra (fame, morte, degradazione) e dellʼoccupazione straniera (esecuzioni, tradimenti, eroismi); vivono in prima persona ed esprimono gli eccessi della guerra civile, le illusioni e delusioni politiche, i mortali scontri ideologici, i nefasti risultati della sconfitta della Sinistra e dellʼarroganza e cinismo della Destra vittoriosa. Sono i poeti(tra gli altri): A. Alexandru, E. Vakalò, M. Anagnostakis, Th. Kostavaras, T. Livaditis, J. Sarandis, J. Dallas, A. Dikteos, T. Patrikios T. Sinòpulos, ecc.
12) Sono gli anni del primo eudemonismo, dei consumi di massa di un popolo uscito da un lungo periodo di quindici anni di privazioni, ma sono anche gli anni dei dubbi per il futuro in un ambiente politico tra i più grigi e fluttuanti (aspri contrasti tra Governo e Palazzo Reale, dittatura dei colonnelli del ʼ67, squilibri a seguito di correnti migratorie nellʼinterno e verso lʼestero). Tra i poeti di maggior spicco da notare, tra gli altri: K. Dimulà, A. Evanghelu, M. Eleftherìu, R. Alavera, V. Leondaris, D. Christianòpulos, M. Mundès, M. Meskos, T. Korfis, ecc.
13) Eventi di enorme importanza si verificano in questo decennio: la fine della dittatura con la rivolta del Politecnico(1973), il ripristino del regime democratico(1974), ma anche lʼinvasione turca a Cipro e la sua occupazione parziale tuttora in atto; non meno importante è il riconoscimento del Partito Comunista e la sua legittimazione parlamentare. Ed è anche il periodo del grande balzo in avanti della tecnologia e della diffusione della TV. Si distinguono i poeti, tra gli altri: A. Traianòs, J. Patilis, J. Kondòs, L. Pulios, M. Ganàs, A. Issaris, P. Theodoridis, A. Fostieris, J. Ifandìs, ecc.
14) A distanza di oltre 30 anni dalla fine della guerra e nellʼera dello sfrenato sviluppo tecnico-scientifico, del libero mercato e del “grande fratello”, i poeti sentono con particolare intensità gli effetti della solitudine sociale, dellʼalienazione, dellʼisolamento interumano, della violenta incertezza per lʼavvenire e della progressiva, inarrestabile dispersione del collettivo a favore di un egocentrismo sempre più insinuante, tentacolare e arrogante. Ricco è il panorama dei poeti: tra gli altri, si pongono in rilievo Th. Chatzòpulos, J. Blanas, S. Zafirìu, P. Bukalas, S. Vrettòs, Ch. Vlavianòs, S. Serefas, V. Kassos, S. Paschalis, V. Pappàs, M. Kursi, V. Tassiòpulos, X.D. Kalaitzìs, J.Lajos, E. Merkenidu, M. Archimandritu, K. Ghimossulis, J. Kakulidis, N. Davvetas, J. Koropùlis, Th. Dokos, S. Pastakas, J. Tzanetakis, ecc.
15) op. cit. nota n. 5.
16) Th. D. Frangòpulos, Appunti per un futuro studioso della nostra letteratura negli anni ʼ80 in riv. Η λέξη (La parola), n. 99-100, novembre-dicembre 1990.
17) Eʼ unʼespressione che Kefalas prende in prestito da C.M.Bowra, il quale lʼinventa e lʼutilizza nellʼomonimo capitolo della sua opera Poesia e Politica 1900-1960 (ed. greca Papadima, Atene, 1982) in un contesto tuttavia differente e di tuttʼaltra portata critica e laddove si riferisce alla poesia di Quadimodo, Ungaretti, Kavafis, Seferis, Eliot, Dylan Thomas e Pasternak, tutti autori tra di loro molto diversi ma accomunati nella medesima sorte in quanto tutti direttamente e profondamente “attraversati” dalla sconvolgente realtà della guerra, , ciò che evidentemente nulla ha a che vedere con gli autori della generazione dellʼʼ80.
18) V. Chatzivassilìu, La miscellanea germinale di una generazione in riv. Neo Epìpedo(Nuovo Livello), n. 26, primavera-estate 1997; N.G. Davvetas, La letteratura illustrazione dellʼʼ80 in riv. Το δέντρο (Lʼalbero), n. 50-51, gennaio-marzo 1990; E. Garantudis, op. cit. per la negazione del termine “generazione” e in generazione dellʼʼ80 o la generazione del “tutti insieme ci muoviamo” in riv. Γραφή (Scrittura), n. 17-18, inverno-primavera 1992
19) D. N. Maronitis, Educazione e insegnamento in quot. To Vima(La Tribuna), 20.3.1988.
20) cfr. E. Garantudis, Antologia… cit., pag. 201.
21) I. Kefalas, La generazione della visione privata (Nuove apparizioni in poesia), ed. Tèthrippon, Atene, 1987 e in precedenza in riv. Νέες Τομές (Nuove Cesure), n. 5, aprile-giugno 1986.
22) V. Kassos, Narcisiamo e postclassicismo nella generazione poetica dellʼʼ80, in riv. Η άλως (Lʼalone), n. 1, primavera 1994.
23) A mio parere i poeti dellʼʼ80 solo incidentalmente si sono riferiti ai loro colleghi della generazione che li ha preceduti. Quanto ad essersene ispirati nelle loro opere, non sembra che simile prassi si possa ricontrare n modo plausibile, serio e costruttivo.
24) I. Kefalas, Antologia…op.cit.
25) “Questa generazione si trova tuttora in movimento”: così si esprime I. Kefalas in op. cit. nel 1989 e si può benissimo concordare con tale valutazione vista la prossimità tra le prime opere pubblicate, nel 1975, e la disamina critica, nel 1989.
26) Riv. Ελί-τροχος (Eli-trochos), n. 16, autunno 1998.
27) Dokos così definisce autori che nel 1998 hanno unʼetà tra i 42 e i 35 anni.
28) Non sono mancate, naturalmente, non senza giustificate e accettabili motivazioni, contestazioni e critiche alla quasi robotizzata suddivisione per decenni delle diverse generazioni letterarie: v. ad es. A. Arghirìu nella lettera di risposta a Dùkaris e Kuvelis in riv. Diavaso(Leggo), n. 25, novembre 1979 e poco dopo K.Th. Dimaràs, cit. Generazioni letterarie, in quot. To Vima(La Tribuna), 23.10.1983 e per ultimo N. Parissis, La nostra più recente poesia, in cit. riv. I Lexi (La parola).
29) N.Churdakis, cit. riv. Eli-trochos.
30) I. Kefalas, Antologia…op. cit.
31) Ibid.
32) V. Varikas, Anticonformismo poetico, in quot. To Vima (La Tribuna), 16.5.1971.
33) I. Kefalas, Antologia…op. cit.
34) Credo che una delle sfortune che deve affrontare la generazione dellʼʼ80 sia il notevole disinteresse della critica direttamente proporzionale allʼinteresse della medesima per la prosa (romanzo, racconto, saggistica, ecc.). Adesso, cioè in questi ultimi 10-15 anni, è più che palese il definitivo(?) sopravvento del romanzo sulla poesia, nè appare visibile in prospettiva di tempo alcuna inversione di tendenza finchè giornali, riviste, editoria, radio e televisione privilegeranno in modo smaccato (e nessuno può smentirlo) lʼesame, la presentazione, la pubblicità e proiezione commerciale addirittura a livello mondiale di tutto quello che è prosa a drammatico scapito di tutto ciò che è poesia. Dʼonde il ripararsi dei poeti dietro le loro ultime trincee. Non cʼè quindi da sorprendersi (e chi dice di sosprendersi è un ipocrita) se le più valide produzioni dei poeti dellʼʼ80 (e sono molte le sillogi che conformano e confermano nuovi e originali valori poetici) sono rimaste senza quei riscontri di qualità e di avvaloramento che avrebbero altrimenti assegnato a questa bistrattata generazione dellʼʼ80 i giusti meriti che le spettano per le visioni che schiude innovando vecchie formalizzazioni e preterite tradizioni letterarie. E quando nel 1998 (Riv. Eli-trochos, n. 16, autunno 1998) si viene ad affermare che i poeti dellʼʼ80 “non hanno ancora chiarito i loro conti con la giustizia spirituale”(Nena Kokkinaki) giacchè “questa generazione non è ancora diventata poeticamente maggiorenne”(eadem), è chiaro che si è criticamente fuori tempo non avendo capito che in unʼetà fra i 35 e i 42 anni, se è ben vero che non possono emettersi “valutazioni definitive”, è altrettanto vero che lʼopera sino allora prodotta già costituisce una testimonianza di consolidata validità e di precisi connotati costituzionali, e la generazione dellʼʼ80 nel 1998, ormai 20 anni dopo le prime pubblicazioni, si avvia verso la più qualificante condensazione qualitativa della sua produzione poetica.
35) In riv. Eli-trochos, cit.
36) I. Kefalas, Antologia…op. cit.
37) v. nota n. 17. Dice Chatsivassilìu: “miscellanea germinale di forme che…attingono selettivamente dal passato poetico per seguire il proprio cammino indipendente”. Dʼaltronde lo stesso Chatzivassilìu non è (e non è mai stato) tenero per questa generazione dellʼʼ80 e sopra tutto con I. Kefalas, creatore della “visione privata”, censurato per aver insensatamente “inventato” una, a parer suo, fantomatica “identità social-politica per i poeti dellʼʼ80” giacchè nella “visione privata” di questi ultimi “le parole hanno divorziato dagli oggetti”, mentre la stessa “visione privata in principio non significa nulla”. E sette anni prima (Immagini di un recente passato, in riv. LʼAlbero, n. 50-51, gen.-mar. 1990) ancor più categoriche e stroncanti erano stati i giudizi del medesimo Chatzivassilʼu (chissà? un amore frustrato per questa generazione dellʼʼ80 alla quale pur egli appartiene?!) secondo cui “si inventano generazioni e si distribuiscono ruoli senza riscontro” nella “formazione di una falsa coscienza letteraria basata sulla persuasione di una inesistente comunità” (cioè di poeti), sì che “coloro che hanno ispirato lʼespressione”, cioè “generazione della visione privata”, cercano disperatamente di far acquisire un nome ad “una nuova generazione” senza “concrete caratteristiche nella letteratura”. Chiaramente un parere troppo esagerato e passionale per essere corretto, si direbbe quasi vendicativo di chissà quali colpe, e comunque acriticamente affrettato e di conseguenza, nella logica dello sviluppo temporale della nuova, seria poesia, infondato, cavilloso e pretestuoso, anche considerata lʼepoca in cui è stato pronunciato
38) Forse in parte revisionando o ritrattando la sua iniziale (dei primi anni ʼ90) acuta contrarietà e ostilità a tutto quello che si riferisse a “generazione dellʼʼ80” e “visione privata”, tanto da giungere addirittura al punto di indebitamente sminuire la personalità di quei giovani poeti facendo loro carico di essere rimasti passivi(!) quando a loro venivano attribuite definizioni di identità letteraria (v. nota 17 ccit. generazione dellʼʼ80 o la generazione del “tutti insieme ci muoviamo”) che davano prestigio ai critici e poeti che le avevano inventato (chiara allusione a Kefalas e forse a Kassos) e avanzando perfino lʼipotesi che tale “atteggiamento dei giovani poeti non sia stato il risultato di una loro scelta”, con ciò presumendo senza alcuna prova che siano stati essi in un certo modo plagiati e con mezzi obliqui condotti ad “inserirsi” nella categoria della “generazione della visione privata”.
39) V. Kassos, Narcisismo e postclassicismo nella generazione dellʼʼ80 – Alcune riflessioni sulle tendenze della poesia contemporanea in quot. Η Καθημερινή (Il Quotidiano), 8.2.1994; Narcisiamo e postclassicismo nella generazione poetica dellʼʼ80, in riv. Η άλως (Lʼalone), n. 1, primavera 1994 e Il termine “generazione” non è un “valore estetico”, intervista a riv. Neo Epìpedo (Nuovo Livello), n. 26, primavera-estate 1997.
40) v. rispettivamente: A. Ziras in Poeti e poesie dopo il 1980, quot. Kathimerinì (Il quotidiano), 29.1.1989; N. Churdakis in Temi e intendimenti nella “generazione dellʼʼ80, quot. Αυγή (Aurora), 5.7.1992; A.Ziras in Definizioni e correlazioni nella più recente poesie, 1980-1990, introd. al vol. Poeti della più recente generazione, ed. Centro culturale Aetopùlio, Chalandri, 1992.
41) Th. D. Frangòpulos, op. cit.
42) N. Churdakis, cit. riv. Eli-trochos cit.
43) Nikitas Parissis, Il nostro più recente discorso poetico, in riv. I Lexi(La Parola), n. 99-100, nov.-dic. 1990.
44) S. Zafirìu, in riv. Eli-trochos cit.
45) cfr. V. Chatzivassilìu in cit. La miscellanea germinale…: “i novissimi poeti dovevano confrontarsi con unʼuscita dallʼazione sociale”.
46) Sottolineatura dallʼautore del presente testo.

(Περιοδικό Fermenti#231,2007)