COMUNE DI BARONISSI PROVINCIA DI SALERNO

CASA DELLA POESIA
laboratorio internazionale

Incontro – reading

MARAM AL-MASRI

Giovedì 7 luglio alle ore 21,15 nella sede di Casa della poesia a Baronissi, nello spazio antistante la struttura, si terrà un incontro con la poetessa siriana Maram al-Masri, in Italia per la pubblicazione del suo libro “ Ciliegia rossa su piastrelle bianche” tradotto dallʼarabo da François-Michel Durazzo (Liberodiscrivere, 2005). La poetessa siriana sarà accompagnata nella lettura dai musicisti Renato Costarella, Maurizio Galdieri, Oreste Vitolo.

Maram al-Masri è nata nel 1962 a Lattakia (Siria), sulle rive del Mediterraneo, ad appena venti miglie marine dallʼisola di Cipro. Vive a Parigi dal 1982. Dopo un primo libro pubblicato nel 1984 a Damasco, pubblica a Tunisi nel 1997 “Ciliegia rossa su piastrelle bianche”, che viene accolto con entusiasmo dalla critica dei paesi arabi. Questo libro viene poi tradotto con sempre crescente successo nel mondo occidentale, in spagnolo, francese, inglese, corso e finalmente in italiano

Scrive di lei il grande poeta Adonis: “Due cose mi attraggono nella scrittura di Maram al-Masri. La prima è il modo con cui Maram riesce a dare forma linguistica alla sua femminilità, vissuta ed immaginata con purezza originale, ma che scivola poi con le parole, le sensazioni e le impressioni, in modo libero attraverso i labirinti dellʼerotismo. La seconda è come tutto ciò sia tradotto in una scrittura che pare non tanto tecnica quanto organica, fatta di passione, di quotidianità, di cose semplici ma calorose ed incontenibili, al punto che tutto il suo corpo ne venga coinvolto, per fermarsi invece quasi allʼorlo della lingua…»
E Michael Binyon su “The Time” …scrive degli oggetti di tutti i taboo – passione fisica – mancanza di fede – adulterio – solitudine – disperazione – con tale candore ed intensità, che potrebbero farla diventare un simbolo anche per gli occidentali. Al-Masri evoca momenti di violenza ed intensità con una intelligente, abile miscela di fantasticheria e penombra, trafitta da forti, precisi dettagli.

Giovedì 7 luglio, 2005
ore 21,15
Casa della poesia
Astrolabio Biblioteca–Mediateca
Convento francescano della SS. Trinità, Baronissi (Salerno)

Info: 089/951621 – 347/6275911 – www.casadellapoesia.org – e-mail: direzione@casadellapoesia.org

Maram al-Masri
“Ciliegia rossa su piastrelle bianche”

Non è difficile spiegare il successo di critica e di lettori che ha imposto Maram al-Masri allʼattenzione della comunità poetica internazionale.
Quella della giovane autrice siriana è una poesia secca e vibrante come una sciabolata ma piena di passione e dolcezza, che esplora lʼuniverso femminile e il suo rapporto con sé e con lʼaltro sesso senza fronzoli e senza sconti.
“Ciliegia rossa su piastrelle bianche”, tradotto già in francese, inglese, spagnolo e còrso con riscontri straordinari di vendita trattandosi di un libro di poesia, non è una raccolta di versi eterogenei, bensì una sorta di psicodramma a episodi o, da unʼaltra angolazione, una serie di pagine strappate a un diario intimo.
In queste schegge di quotidianità abita unʼangoscia esistenziale fatta di solitudine, di disperazione, ma anche di desiderio, di passione, resa ancora più vivida da una scrittura piana e dove le parole anche più semplici sono organizzate in modo tale da divenire esplosive in ironia e disincanto:

Che sciocchezza!
il mio cuore ogni volta che sente bussare
apre.

oppure

Bussano.
Chi sarà?
Nascondo la polvere della mia solitudine
sotto il tappeto,
aggiusto il mio sorriso,
ed apro.

Altrove si sente forte uno spaesamento sia geografico che di rapporti con gli altri, dove si riconoscono i nostri uguali:

Uno estraneo mi guarda,
uno estraneo mi parla,
sorrido ad uno estraneo,
parlo ad uno estraneo,

un estraneo mʼascolta,

davanti
alle sue pene
pulite e bianche
piango,

sulla solitudine che unisce
gli stranieri.

Il grande poeta arabo Adonis ha detto che “Maram al-Masri riesce a dare forma linguistica alla sua femminilità” e, in effetti, chi ha avuto la fortuna di assistere alle sue letture in pubblico ha potuto rendersi conto che Maram è la sua poesia.

La stessa disperazione dolce, che scivola sul lettore dalla pagina scritta la si ritrova nella maniera con la quale porge i propri versi recitandoli dal vivo, con una sorta di sussurri urlati che confermano irresistibilmente tutti gli ossimori di cui è permeata la sua poetica.
Un altro importante poeta arabo come Nazih Abu Affach ha creduto di percepire in Maram al-Masri la vena di unʼEmily Dickinson, e non è certamente un paragone irriverente.
Nella sua apparente semplicità nel descrivere la solitudine, nel grido soffocato della donna che aspetta tutto dallʼuomo amato, lʼautrice siriana può essere accostata anche ad Alfonsina Storni oppure allʼironia di Mina Loy o ancora alla passione tragica di Anne Sexton.
Questi sono soltanto dei punti di riferimento per tentare di descrivere meglio la forza espressiva e la tensione erotica della poesia della poeta di Lattakia, resa in tutta la sua fulminea dinamica da versi come

Ho deciso
di venirne a capo
e di premere tra le dita
questo foruncolo,
che
palpita
in un angolo
del mio petto.

Sarebbe tuttavia riduttivo pensare che questa raccolta di poesie sia soltanto unʼanalisi intima della condizione femminile. In alcuni versi si tracciano istantanee dellʼaltro, dellʼessere amato, che diventano identikit spietati e nei quali molti uomini si riconosceranno certamente:

Ha due donne,
una dorme nel suo letto
lʼaltra dorme in quello del suo sogno.

Ha due donne che lʼamano,
una invecchia vicino a lui,
lʼaltra gli offre la sua gioventù
e svanisce.

Ha due donne,
una nel cuore della sua casa
unʼaltra nella casa del suo cuore.

“Ciliegia rossa su piastrelle bianche” rievoca anche nel titolo la traccia lasciata da una passione sempre pulsante anche quando è attorniata dal nulla, fa subito pensare a una traccia di rossetto, a una goccia di sangue che cade lenta da un cuore trafitto.
Anche in questa scelta la grazia e la sintesi si sono date appuntamento nella mano di Maram al-Masri.

Claudio Pozzani

La poetessa della naοvetι.
Intervista allʼautrice siriana Maram al-Masri.

Autore: Deborah Marinacci

Maram al-Masri mi θ arrivata in busta gialla, da Genova. Fremente lei, fremente io. Di questo incontro avvenuto per mail, per caso. E che poi si θ completato attraverso la sua opera, attraverso il gesto che strappa una busta, e i suoi occhi che in copertina raccontano.
Il rapporto polimorfico tra un autore e un lettore, che puς prendere mille direzioni possibili e combinarsi in modi impensati, in questo caso ha ottimi presupposti per dilagare. Se non sono solo gli uomini quelli che si relazionano attraverso un testo – ma i loro universi, soprattutto –, allora io arrivo in Siria, e lei in qualche modo emigra qui, nella mia biografia di immaginari occidentali e locali. Apro, e giΰ sento la musica: la annuncia la firma araba dellʼautrice e la sua foto tremendamente retrς. Giΰ vedo paesaggi. E non per un gusto gratuitamente mediorientale o per un amore indipendente per lo straniero. Ma per la verve. Che θ una cosa che si legge e palpita. E per tutto ciς che le ibridazioni si portano dietro.

Ciliegia rossa su piastrelle bianche. Una promessa, un titolo vertiginoso. Qualcosa di tremendamente piccolo e turgido, sanguigno, posato contro il freddo di una superficie immacolata. Entrambi pronti a devastarsi. Immobili, si minacciano. Un corpo minuscolo e pregno, con linfa di vita, che puς schiacciarsi, lacerarsi, marcire, ferirsi. E insanguinare dʼun colpo lʼintatto pavimento universale. Dʼun colpo, dilagare e sporcare una base solida, perfetta, funzionale. Che le piastrelle siano le “veritΰ” di Nietzsche? “Illusioni di cui si θ dimenticata la natura illusoria”? Che siano lʼarchitettura data per scontata e su cui ci muoviamo perdendo di vista lʼartificio? Un piccola galassia fatta di un frutto e una ceramica, una tensione palpitante, un moto nascosto – trattenuto – nella quiete.

Apri, dicevo, e in seconda di copertina trovi il Times. Pezzi grossi, ti viene da pensare, innegabile. Trovi un signore del Times che parla della violenza che questa donna oppone ai tabω (presunti o effettivi) dei suoi natali, dei dettagli di piuma con cui trapassa – lieve – impulsi universali.
In Italia poche righe nella cronaca locale di qualche quotidiano attento, in occasione dei reading. Ma θ nelle cantine indipendenti che fermenta il vino buono. E cosμ, nellʼinsospettabilitΰ dʼun silenzio, nel maggio del 2005 lʼopera di Maram al-Masri esce per i tipi della Liberodiscrivere, la piccola editrice genovese di Antonello Cassan, che aveva visto lungo giΰ con altri autori promettenti. Ciliegia rossa su piastrelle bianche θ pubblicato per la prima volta nel 1997 a Tunisi, ed θ da subito accolto col plauso della critica, vincendo, lʼanno successivo, il Prix Adonis del Forum Culturale Libanese in Francia. Giΰ tradotto in spagnolo, francese, inglese e cςrso, da noi il libro θ edito nella collana “nuda poesia”, con testo arabo a fronte e per la traduzione italiana di Franηois-Michel Durazzo.

Una delle prime cose che allʼautrice mi viene da chiedere, ingiustamente, θ il suo rapporto con la bellezza. Maram θ una donna bellissima, e tutto questo cʼentra naturalmente con la sua opera. Mi domando in che relazione θ con se stessa, come gestiva lʼedonismo nella cultura in cui θ nata, e in che maniera questo fascino si staglia sulla sua poetica, sul suo sguardo sulle cose.
E scopro come sempre che la bellezza θ una teoria semplice del corpo, dei movimenti, della presa sul reale, anzitutto. Una leggerezza del pensiero, una dote di consapevolezza. Quindi un modo naturale di posarsi sugli oggetti, e – contemporaneamente – una maniera in cui le cose dellʼesistenza ci trapassano. Come luce, nel caso di questa autrice.
Rileggevo le risposte di Maram mentre ero in viaggio, e il suono delle parole donava il piccolo e fresco brivido della sapienza, dellʼessenzialitΰ. Le sue parole evocano lʼimperituro fluire e il collocarsi degli uomini e delle donne, piccoli, in questa enormitΰ. “Sbaglio? – mi dice nel suo francese creolo – Non θ lʼaltro che mi dΰ questa bellezza?”. Una virtω esogena che non esiste in se stessa, sicuramente non di proprietΰ di chi la porta. “Non sono niente – sottolinea – senza lo sguardo dellʼaltro. Ho questo viso che dΰ forma alla mia anima. Non mi faccio illusioni sulla mia bellezza, perchι θ fragile. Alcuni la amano, altri no perchι li urta. Ma grazie ad essa ho ricevuto complimenti commoventi, fiori offerti in strada dalla gente, poesie in suo onore: persone che avevano compreso che questa bellezza θ generosa e gratuita. Eʼ un regalo che non si aspetta niente.”
E poi lʼamore, che con la perfezione dei tratti non cʼentra nulla. Gli uomini che Maram racconta sono pronti ad abbandonare, a dimenticare. Anzi, a restare immobili, a non sapere piω osservare. “Una volta ho detto a una mia amica che preferirei essere amata allʼessere bella. E lei mi ha risposto che le sarebbe piaciuto essere attraente e sola. Ma che farsene da soli della propria bellezza?!? Incontrandomi, una poetessa disse con cattiveria: θ troppo bella per essere un poeta. A volte sento che la gente dubita. Che sono punita e trascurata, e questo mi fa male. Ma cʼθ quello che scrivo, e questo θ importante. I miei testi hanno davanti a sι il tempo di essere amati e apprezzati, io non ne ho altrettanto. Quindi amo festeggiare la mia presenza, la vita. So che il mio viso cambierΰ, e la bellezza del piω splendido dei fiori θ destinata ad appassire.”

Le chiedo perciς della seduzione, di questojeu de rτle che θ un inno alla figura e che nella sua opera ritorna come arma mite, dolce. E che deve essere stato complicato gestire in mezzo al culto dei veli. Ma per Maram la seduzione non θ solo femminilitΰ, o sensualitΰ nel modo convenzionalmente inteso. Ancora una volta, θ attenzione. O bisogno di.
Come sostiene Edelman, gli uomini hanno bisogno di parole, perchι dotati della malattia dellʼemozionabilitΰ, della necessitΰ di destabilizzarsi, di fremere, di mettersi in cortocircuito. E contemporaneamente del desiderio di sicurezza, di conferma. Lʼurgenza di un momento che convogli su di sι energie, flussi. La propensione a sentirci e diventare punti nevralgici che catturino lo sguardo del mondo. Sedurre quindi nel senso etimologico del condurre a sι. “Penso che la seduzione sia un elemento vivo e importante in ognuno. Nellʼarte come nella relazione umana. Sedurre θ un richiamo allʼamore, al piacere mentale o corporeo. Una relazione che non ha piω questo motore θ condannata a morte. Un bambino seduce sua madre sin dalla nascita. Sorride… Ricordo di aver visto una bambina in un treno parlare a sua mamma. Mentre lei guardava dal finestrino, osservavo questa bimba di cinque anni e il suo lavorio per sedurre sua madre. Le toccava il viso e la costringeva a guardarla con le sue moine… Ha interpretato davanti a me una scena di seduzione degna dʼun artista, solo perchι la mamma la guardasse con un sorriso, e per sentire che lʼamava. Avevo le lacrime agli occhi. Eʼ unʼarte nobile, quella della seduzione. Amo essere ammirata, per me θ un rispetto dellʼaltro, ma θ una seduzione senza fini. Non θ per arrivare a qualcosa, resta nella bellezza e nella nobiltΰ. A volte penso di essere veramente ingenua come dicono i miei figli. Ma mi sono liberata di ogni volontΰ dʼottenere un favore, offro la mia tenerezza alla gente.”

La poetessa della naïveté.
Intervista allʼautrice siriana Maram al-Masri.

(Pagina 2 di 2)

Autore: Deborah Marinacci
Edizione: 9

Dal 1982 Maram è fuggita tre volte dalla Siria. Abita a Parigi da ventitré anni, dove tiene un bagaglio che tenta di tenere chiuso, fatto di relazioni morbose e separazioni, di un lutto dolorosissimo. Fino a che, in seguito al rapimento di suo figlio e alle pretese di un Paese che si intrometteva nei suoi diritti senza rispettarli, ha deciso di non metterci più piede. “Ho divorziato con il mio passato, la mia religione, la mia terra, addirittura con la mia lingua. Eʼ stato così per tredici anni. Non ho scritto, non ho rivisto la mia famiglia, ho smesso di mangiare cibo siriano, di ascoltare la radio. Era la punizione che infliggevo al mio Paese, mi distaccavo da lui.” Era la fine dei suoi tentativi di rincorrere “lo statuto di donna rispettata”. Tutto quello che ne sarebbe derivato sarebbe stato una celebrazione dellʼindipendenza e della limpidezza, la confluenza del suo istinto in uno stile di vita che gli fosse armonizzato. “Sono una donna libera. Quando ero piccola le mie compagne me lo dicevano sempre. Allora non capivo questa libertà. Per loro era immorale perché nuotavo, ballavo, portavo delle minigonne, salutavo i ragazzi, andavo al cinema. La mia famiglia mi ha mandata a Damasco allʼuniversità. Io andavo in Inghilterra, amavo senza nascondermi un ragazzo di un’altra religione. Ho sofferto tanto. Per loro era una specie dʼinsulto, e per me invece era morale, onesto, non ipocrita, significava stare bene con lʼaltro, rispettarsi. Essere trasparenti, accordarsi con i propri pensieri.”

Le domando come sia stato possibile dismettere le radici, amputare legami profondi e privatizzare la propria vita di punto in bianco. Tentare, lontana dal suo nucleo, di darle un senso occidentale di atomismo, solipsismo. Qui Maram è drastica e semplicissima: “Sento che non ho nessuna relazione con la terra. Il mio rapporto è con gli esseri. Sono gli esseri che fanno una patria. La patria è là dove siamo rispettati, amati (in terre e être ci sono le stesse lettere…). Amo Parigi perché ci sono i miei figli e le persone a cui voglio bene, le mie abitudini. Questo mi rassicura…. Posso vivere a Granada, a Bologna, a Cordoba, a Roma: ovunque ci sia gente che amo. Non so se potrei ancora vivere in un Paese arabo, tornare in Siria. Cʼè il resto della mia famiglia, ma penso di no.”

La poesia di Maram al-Masri è una poesia delle piccole cose, di myricae. Il poeta Adonis sottolinea proprio questa sua attenzione al dettaglio, al suo riscoprirlo pregno, denso di significati, quasi parlante. Lʼoggetto diventa capace di interporsi in una relazione, di prevedere, preannunciare, meditare. Va pertanto decodificato, interpretato: còlto. (Impediscimi, mio saggio marito, /di issarmi sui tacchi della mia femminilità, /perché allʼangolo / mi aspetta un giovane).
Eʼ la rivoluzione di una donna che nel biografico ha dato al concetto di libertà una valenza enorme e minuziosissima. Tanto penetrante quanto realizzata da pezzi piccoli, dalla scoperta di possibilità non scontate, ma preziose e quotidiane. Questʼocchio infantile, questa ingenua attenzione allʼoggetto, questo semantizzarlo e rinnovarlo, lʼergerlo a ʽponte e portaʼ di universi intimi, è il frutto di un percorso non convenzionale. Intricato e infine privilegiato. Lʼarmonia di Maram è passata per il rinnegarsi, per lʼannullarsi, fino al raggiungimento della capacità attenta di riflessione sul sé e sugli altri, col vantaggio di un occhio ibrido. Laddove la creolizzazione, la ʽvita altroveʼ non è un party patinato dal gusto esotico. Ma sofferenza, difficoltà di collocazione e attribuzione di senso e continuità al proprio vivere e sentire. “Sono sempre stata una donna ʽmeticciataʼ, tra due culture. Già quando ero in Siria. Occidentalizzata dai miei fratelli che amavano i Beatles e Bob Dylan, grazie alla letteratura tradotta dei film, a una mamma artista, un padre laico libanese di madre cristiana. Soffrivo laggiù e soffro qui. Non sono occidentale. Non ne ho né i mezzi né lʼindipendenza. Ho questo mélange di donna sottomessa e ribelle. La mia libertà è talmente difficile e desiderata. Ho tanto sofferto per lei. Lʼho tanto cercata. Eʼ vero. Ora so che la libertà è anche mettere del rossetto, portare una gonna corta, andare a braccia nude. Sono stata privata di questa libertà, in Francia, e questo può sembrare strano. Nulla come uscire la sera è una libertà. Andare allʼuniversità è una libertà, guidare una macchina lo è. Non ho giudizi morali sulla libertà sessuale. Ciò che non nuoce a nessuno è permesso. Il sesso e lʼamore per me sono legati. Sono una ricerca di libertà.”

Lʼimpulso lirico di Maram è passato rapido per un momento che potremmo definire ʽcivileʼ: temi etici, patriottici, ma solo per disfarsene già da giovanissima. Eʼ la linfa delle piccolezze umane quella che nutre i suoi versi. Non un amore romantico, languido. Ma un vivido e quotidiano muoversi in casa, in strada, in viaggio. E un linguaggio che è parte dellʼuniverso, che non ha la funzione di descriverlo ma di crearlo. (Là dove non cʼè erba / che cresce, / mi afferro / ai piedi delle parole). Le parole come cose, le parole che realizzano, battezzano, compiono riti. In ogni caso, uno stile morbido ma addosso a cui stonano le etichette, e i tentativi di vederci ciò che non è. Inutile anche accostarla a questa o quella scrittrice americana o nostrana. “Ovviamente – spiega – cʼè la cultura araba nelle mie poesie. Allo stesso modo in cui ritrovo unʼinfluenza occidentale nei miei primi libri scritti in Siria. Eʼ come un frutto che non somiglia a nessuna delle due. I critici arabi trovano difficile classificarmi in una forma conosciuta, così come quelli occidentali. Qualche volta ho utilizzato il Corano. Non so in che modo. Ma la mia cultura mista risente del vissuto di questa donna di cui parlo. Dei suoi desideri, delle sue paure. Dei fantasmi e delle ingenuità. In effetti parlo di una donna che può essere araba, francese, spagnola o italiana, perché lei è me e te.”

Arrivo alla storia delle ciliegie e del pavimento. Mi dice che indovino lʼinterpretazione. Che è vero, nelle sue poesie la donna è una figura solitaria, straniera, ma rigonfia, passionale. E lʼuomo, un uomo “senza creazione”. Infantile, incapace di plasmare forme, di creare delicatezze, di reinventarsi, incapace di dotarsi di occhi nuovi.
Eʼ qui forse che Maram è le sue origini, i suoi cammini. Lei più volte si definisce naïve, che è un modo di dire ingenua, ma soprattutto essenziale, abbozzata, tratteggiata. E in effetti, con naturalezza sapiente e paziente, ricrea categorie poco sfumate, tinte basilari, fondamentali, che quasi si oppongono e servono a generare colori nuovi attraverso la mescolanza. Quando si riferisce allʼancestrale dicotomizzazione dellʼuniverso dei sessi, riusciamo a salire sulle sue altalene, a vedere la sensuale donna mediorientale che vuole fuggire e giocare, e contemporaneamente prega lʼamante-signore (mio buon marito) di essere trattenuta. (Mʼinfiamma il desiderio/ e brillano i miei occhi. /Sistemo la morale nel primo cassetto che trovo, / mi muto in demonio, / e bendo gli occhi dei miei angeli / per / un bacio).

Maram pare nutrire una sorta di indifferenza per lʼeccessivo esercizio di complessificare ogni cosa. Le garbano le forze universali, magmatiche, le leggi di sempre. Quelle dei fulcri e delle calamite. Tra le due metà del mondo, uomo e donna, si collocano il desiderio, la vitalità, la menzogna, la rivalità. Il cuore-ciliegia. E lʼincapacità di difenderlo, la costanza nel ripercorrere i propri drammi, la familiarità del dolore, a cui ci si consegna – ingenui – come a un genitore.

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Maram al Masri – Libero di Scrivere

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